Punti chiave
- All’inizio del 2026, sembravano improbabili gravi shock per l’economia, ma il conflitto in Iran rischia di compromettere la crescita e gli sforzi del governo per tenere le finanze pubbliche sotto controllo.
- Le stime di crescita del Pil italiano sono state riviste al ribasso a causa dell’impatto dei costi energetici sui consumi.
- Contrariamente a quanto era stato previsto dal governo, il rapporto deficit/Pil non scenderà sotto il 3%, la soglia per uscire dalla procedura di infrazione dell’Unione europea.
Alle soglie del 2026, avevamo parlato di tre possibili shock economici per l’economia italiana. Allora le probabilità che si verificassero apparivano basse, ma ora si stanno concretizzando tutti, perché la guerra in Medio Oriente ha agito come acceleratore delle fragilità del Belpaese.
I tre shock riguardavano la possibilità che l’economia crescesse meno del previsto, o addirittura si contraesse, che il rapporto deficit/PIL non scendesse sotto il 3% e che l’elevato costo dell’energia fosse ribaltato dalle imprese sui consumatori.
Shock n. 1: L’economia italiana crescerà meno del previsto nel 2026
Secondo le stime preliminari dell’Istat al 30 aprile, il Prodotto interno lordo italiano è cresciuto dello 0,2% nel primo trimestre 2026, rispetto ai tre mesi precedenti, e dello 0,7% su base annua. “La variazione acquisita per il 2026 è pari allo 0,5%”, si legge nella nota dell’istituto di statistica, il quale all’inizio dell’anno aveva previsto un aumento superiore e pari allo 0,8%. Anche il Ministero dell’economia ha recentemente abbassato le sue stime dal +0,7% previsto ad ottobre all’attuale 0,6%.
Shock n.2: I costi dell’energia infiammano i prezzi e riducono i consumi
Con la risalita dei prezzi dell’energia a causa della guerra in Medio Oriente, la dinamica del Pil è ora strettamente collegata a quella dei costi energetici e all’impatto che possono avere sui consumi. Come ha osservato Vincenzo Donvito Maxia, presidente di Aduc, l’associazione per i diritti degli utenti e consumatori, quando l’inflazione sale, i consumatori acquistano ciò di cui non possono fare a meno e rinunciano o riducono le altre spese.
I dati preliminari sui prezzi in Italia ad aprile, sembrano confermare questa tendenza. L’inflazione è balzata al 2,8% su base annua, contro il +1,7% di marzo, trainata dai prezzi energetici (+9,5% da -2,1%) e alimentari (+6%), mentre i servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona hanno rallentato dal 3,0% al 2,6%. Il cosiddetto carrello della spesa, che comprende beni alimentari e per la cura della casa e della persona, si è attestato al 2,5% dal 2,2%.
“Quando l’inflazione è guidata da energia e cibo, il peso ricade in modo sproporzionato sulle famiglie a reddito fisso e basso, che non hanno margine per rinunciare a questi acquisti”, dice Donvito Maxia di Aduc. “In questo contesto, la politica continua a dividersi su proposte economicamente rischiose, come l’uscita dal Patto di Stabilità con relativo aumento del debito pubblico, senza affrontare le vere leve strutturali: la conversione ecologica delle fonti energetiche e la liberalizzazione dei mercati”.
Lo shock energetico, dunque, è parte del primo problema, ovvero il rallentamento della crescita economica italiana. Ridurre la dipendenza dalle fonti fossili, renderebbe il paese meno vulnerabile alle crisi geopolitiche, come la chiusura dello Stretto di Hormuz in Medio Oriente.
Salari reali bassi e fine del PNRR mettono a rischio la crescita
Secondo il professor Gabriele Serafini, direttore dei gruppi di lavoro scientifici di AnalisiEconomica, esiste anche il problema dei bassi salari reali, soprattutto tra i giovani, che “costituisce ancora un elemento non adeguatamente affrontato, in grado di fiaccare per anni l’espansione della domanda interna e la creazione di un tessuto economico e sociale dinamico”.
I dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico mostrano che l’Italia ha registrato il calo più significativo dei salari reali tra tutte le principali economie sviluppate e all’inizio del 2025 erano ancora del 7,5% inferiori rispetto al 2021. Inoltre, l’inflazione post-pandemica ha ridotto il potere di acquisto dei salari dell’11% tra gennaio 2021 e gennaio 2026 secondo un’indagine di Indeed Hiring Lab sugli annunci di lavoro pubblicati sul portale Indeed.
La strada per l’Italia appare in salita anche a causa della fine del PNRR, il Piano nazionale di ripresa e resilienza varato per aiutare l’economia a uscire dalla crisi post-pandemica. Serafini, tuttavia, vede anche delle opportunità, date dalla spinta alla realizzazione di impianti fotovoltaici e dal salto di produttività che potrà essere realizzato, in caso di incremento dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi di molti settori economici.
“Il contrasto fra questi due aspetti caratterizzerà il 2026, con una ripresa dell’espansione che, se arriverà, non potrà comunque avvenire prima della seconda metà dell’anno e il cui saldo non potrà quindi che essere eventualmente contenuto”, dice l’economista di AnalisiEconomica.
Shock n. 3: il rapporto deficit/Pil non scende sotto il 3%
Il terzo shock che si è concretizzato nei primi mesi del 2026 è la mancata discesa del rapporto deficit/Pil sotto il 3%, che avrebbe permesso all’Italia di uscire dalla procedura dell’Unione europea per disavanzi eccessivi. L’anno scorso, il rapporto deficit/Pil è stato pari al 3,1%, secondo i dati di consuntivo contenuti nel Documento di finanza pubblica 2026 trasmesso dal governo alle Camere lo scorso 22 aprile. L’uscita dalla procedura di infrazione è ora prevista per il 2027, quando saranno noti i dati di consuntivo del 2026.
L’evoluzione dipenderà dalle scelte future del governo guidato da Giorgia Meloni. “Il quadro delle azioni da realizzare per il 2026 sarà verosimilmente diretto verso un contenimento del rapporto deficit/Pil al di sotto del 3%”, dice Serafini, il quale vede pochi margini per aumentare la spesa pubblica, in un contesto di spesa per interessi in crescita, conclusione del PNRR e crescenti costi energetici. “Le scelte di dove direzionarla affinché sia espansiva saranno determinanti”, afferma.
La spesa per interessi sui titoli di Stato rappresenta un vero fardello per i conti pubblici, dal momento che è pari al 3,8% del Pil, tra i livelli più elevati dell’eurozona, quasi doppi rispetto alla Francia e alla Spagna e quattro volte di più della Germania, secondo le elaborazioni dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università cattolica. Tale spesa è sensibile all’andamento dei tassi di interesse e le prospettive di incrementi futuri da parte della Banca centrale europea rischiano di aggravare la situazione per i conti pubblici del Belpaese. Secondo le stime del governo, il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo dovrebbe salire, attestandosi al 138,6% nel 2026, contro il 134,7% del 2024 e superiore a quanto previsto lo scorso anno.

