Punti chiave
- Il sentiment sull’economia italiana è crollato a -79,2 punti a marzo, il minimo storico dal 2015.
- La crisi in Medio Oriente agisce su un quadro già fragile per l’Italia, alimentando nuovi rischi legati a un possibile aumento dei tassi di interesse da parte della Banca Centrale Europea e alla diminuzione della domanda globale.
- Il mutamento delle aspettative sui tassi impatta sui rendimenti dei titoli di Stato e sui costi di finanziamento del debito pubblico.
Il sentiment sull’Italia dei professionisti della finanza è crollato a -79,2 punti a marzo, il minimo storico dalla nascita del CFA Society Italy Radiocor Sentiment Index nel 2015, peggio del calo registrato nell’era Covid. L’escalation in Medio Oriente ha modificato la percezione dell’attuale quadro economico e, soprattutto, delle prospettive future, portando a una brusca inversione di tendenza rispetto alle rilevazioni dei mesi precedenti.
Il sondaggio tra i soci di CFA Society Italy, realizzato in collaborazione con Il Sole 24 Ore Radiocor tra il 19 e il 31 marzo, ha rivelato che soltanto il 4,2% degli analisti prevede un miglioramento dell’economia italiana nei prossimi sei mesi, in ribasso di 15,2 punti rispetto a febbraio, mentre il 12,5% si attende una situazione stabile (–50,8 punti). A prevalere nettamente è il fronte pessimista: l’83,3% prevede un peggioramento, con un calo di 63,3 punti rispetto a febbraio. L’Italia, però, non è un caso isolato. Il sentiment degli analisti è negativo anche sull’area euro e sugli Stati Uniti, segnalando un peggioramento generalizzato del quadro globale.
Abbiamo chiesto al presidente di CFA Society Italy, Giuliano Palumbo, quali sono le ragioni del crollo del sentiment sull’Italia e quali segni lascerà la guerra in Medio Oriente sull’economia e sul debito pubblico.
Perché il sentiment sull’Italia è crollato?
Sara Silano: Giuliano Palumbo, come si spiega il crollo del sentiment sull’economia?
Giuliano Palumbo: Il crollo dell’indice a -79,2 punti segnala una profonda mutazione qualitativa del rischio percepito. L’escalation in Medio Oriente ha agito da catalizzatore, trasformando una fase di cauta attesa in un pessimismo sistemico che oggi coinvolge l’83,3% dei professionisti. Non siamo di fronte a una semplice correzione ciclica, ma alla necessità dei mercati di scontare rapidamente nuove variabili geopolitiche che impattano direttamente su inflazione e catene di approvvigionamento.
La guerra in Medio Oriente fa più paura del Covid
Silano: Perché il crollo è peggiore dell’era Covid?
Palumbo: La differenza risiede nella natura del rischio. Il 2020 è stato uno shock esogeno brutale ma percepito come temporaneo, con una chiara prospettiva di ripartenza assistita dalle banche centrali. Oggi, l’instabilità geopolitica agisce su un terreno già fragile, innescando timori di inflazione strutturale e un irrigidimento monetario che non ha una data di scadenza definita. Questa incertezza multidimensionale rende i modelli di valutazione più instabili rispetto al passato, richiedendo un’analisi dei rischi ancora più profonda e trasparente per tutelare l’integrità del sistema finanziario.
La crisi in Medio Oriente accresce la fragilità dell’economia italiana
Silano: Il peggioramento del sentiment è solo colpa della guerra in Iran o ci sono altri fattori di preoccupazione per l’economia italiana?
Palumbo: L’instabilità in Medio Oriente è senza dubbio il catalizzatore principale, ma agisce su un quadro macroeconomico già caratterizzato da fragilità strutturali. Il deterioramento del sentiment riflette una convergenza di fattori: l’inversione del ciclo dei tassi, con la BCE orientata a un nuovo irrigidimento per contrastare i rincari energetici, e il rallentamento della domanda globale, che penalizza il nostro export. A ciò si aggiunge la pressione interna legata all’attuazione del PNRR [il Piano nazionale di ripresa e resilienza]; siamo in una fase cruciale dove i ritardi e le incertezze sulla messa a terra delle risorse iniziano a pesare sulle prospettive di crescita di lungo termine. La guerra ha di fatto trasformato una fase di debolezza ciclica in un rischio sistemico, dove l’incertezza geopolitica si somma a una crescita domestica che rischia di rivelarsi debole.
L’economia italiana dovrà affrontare una “nuova normalità”
Silano: La guerra lascerà il segno sull’economia italiana anche se si dovesse arrivare a una soluzione del conflitto?
Palumbo: Il segno lasciato da questa crisi va oltre la durata del conflitto stesso, poiché ha innescato un cambiamento strutturale nelle aspettative inflattive e nelle politiche monetarie. Anche in caso di risoluzione, l’economia italiana si trova a fronteggiare una “nuova normalità” fatta di tassi d’interesse attesi in aumento sia a breve che a lungo termine. Questo mutamento del costo del capitale ha effetti persistenti sugli investimenti e sul debito pubblico. La resilienza dei mercati è stata intaccata e il riposizionamento degli operatori su basi più prudenti suggerisce che il ritorno alla fiducia richiederà probabilmente tempi lunghi e una stabilità geopolitica ed economica consolidata.
Debito pubblico: serve rigore per mantenere la fiducia degli investitori
Silano: Quali sono le ripercussioni su debito pubblico e titoli di Stato italiani?
Palumbo: Le ripercussioni sono dirette e riflettono il mutamento delle aspettative sulle politiche monetarie. Il nuovo scenario ha alimentato l’ipotesi di un irrigidimento delle banche centrali, con attese di rialzo dei tassi a breve termine in tutta l’eurozona. Questa pressione si riflette inevitabilmente sui rendimenti dei titoli di Stato, con gli analisti che prevedono un aumento dei tassi anche a lungo termine. Per un paese con un elevato debito pubblico come l’Italia, ciò comporta un incremento del costo del rifinanziamento. In un contesto di deterioramento del sentiment economico, la gestione del debito richiederebbe estremo rigore per mantenere la fiducia degli investitori ed evitare un ampliamento critico degli spread.

