Azioni Webuild in ribasso: quanto pesano i dubbi su liquidità e grandi opere?

Il titolo ha perso oltre il 7% in una settimana a causa di indiscrezioni su una richiesta di intervento del Governo per extracosti, claim e liquidità, poi smentita dalla società.

""

Punti chiave

  • Webuild ha chiuso a 2,01 euro la seduta dell’11 settembre, con una perdita settimanale del 7,19% e un ribasso del 39,3% da inizio anno.
  • Le indiscrezioni riportate da “Il Fatto Quotidiano” hanno sollevato interrogativi su liquidità, claim e maggiori risorse necessarie per alcune grandi opere italiane.
  • Webuild ha smentito di aver chiesto 22 miliardi di euro al Governo.

Le azioni Webuild stanno attraversando un periodo complicato in Borsa. Venerdì 11 settembre il titolo ha chiuso a 2,01 euro, portando la perdita settimanale al 7,2% e ampliando il ribasso da inizio anno al 39,3%, con una capitalizzazione scesa intorno ai 2 miliardi.

A mettere sotto pressione le quotazioni sono state soprattutto le indiscrezioni pubblicate da “Il Fatto Quotidiano” su una lettera che Pietro Salini, amministratore delegato di Webuild, avrebbe inviato al Governo alla fine di luglio per segnalare crescenti tensioni economiche e finanziarie nella realizzazione delle grandi opere italiane.

Webuild è intervenuta con una smentita, contestando in particolare la ricostruzione secondo cui avrebbe richiesto al Governo 22 miliardi di euro per extracosti. Il confronto tra le indiscrezioni e la posizione della società ha però aperto una questione più importante per gli investitori: quali conseguenze possono avere extracosti, tempi di pagamento e contenziosi sulla generazione di cassa del gruppo?

Webuild, perché il mercato guarda alla liquidità

Secondo quanto riportato da “Il Fatto Quotidiano”, Webuild avrebbe segnalato al Governo un fabbisogno immediato di liquidità pari a 2,1 miliardi di euro.

Per Equita SIM le indicazioni, se confermate, sarebbero particolarmente rilevanti per il profilo finanziario del gruppo e solleverebbero interrogativi sulla sostenibilità della generazione di cassa prevista nei prossimi anni.

Il peso dell’Italia rende la questione particolarmente importante. Il mercato domestico ha rappresentato circa il 37% dei ricavi di Webuild nel primo semestre 2026 e concentra circa 27 miliardi dei 47 miliardi di euro del portafoglio ordini construction del gruppo.

C’è poi un secondo elemento da considerare: il capitale circolante netto (NWC, net working capital), cioè la differenza tra le attività e le passività operative di breve periodo.

Secondo i dati richiamati da Equita SIM, quello relativo alle attività italiane era negativo per circa 3,5 miliardi di euro nel primo semestre, contribuendo significativamente al capitale circolante netto negativo per 1,9 miliardi dell’intero gruppo. La situazione è sostenuta soprattutto dagli anticipi ricevuti per la realizzazione delle opere infrastrutturali.

È proprio la possibile coesistenza tra un capitale circolante fortemente negativo e un eventuale fabbisogno di liquidità nel breve periodo a rappresentare, secondo gli analisti, uno dei principali elementi da approfondire.

Claim per 22 miliardi, ma Webuild contesta la ricostruzione

Un secondo tema riguarda i claim, cioè le richieste economiche avanzate dall’appaltatore quando ritiene che modifiche progettuali, maggiori costi, ritardi o altre circostanze abbiano comportato oneri aggiuntivi rispetto a quelli previsti dal contratto originario.

Secondo le indiscrezioni, Webuild avrebbe accumulato circa 22 miliardi di euro di riserve, dei quali 13 miliardi riferibili a costi già sostenuti.

Il gruppo stimerebbe un possibile riconoscimento di circa 6-7 miliardi, sulla base del tasso storico di riconoscimento da parte dei Collegi Consultivi Tecnici (CCT), gli organismi previsti per prevenire o risolvere rapidamente le controversie durante l’esecuzione degli appalti pubblici.

La società avrebbe inoltre evidenziato tempi decisionali troppo lunghi da parte dei CCT, con il conseguente accumulo delle controversie.

Webuild ha però respinto la rappresentazione secondo cui avrebbe richiesto al Governo 22 miliardi di euro per extracosti, definendo la notizia “destituita di ogni fondamento”.

La società precisa che le comunicazioni alle istituzioni riguardano obbligazioni contrattuali già maturate, quindi crediti relativi a lavori eseguiti e certificati e anticipazioni contrattuali previste dalla legge.

I 22 miliardi citati rappresenterebbero invece il totale delle riserve e delle varianti registrate secondo le procedure previste dai contratti pubblici: circa 13 miliardi riguarderebbero lavorazioni già realizzate, mentre la parte restante sarebbe una stima riferita ai lavori ancora da eseguire.

Il nodo per gli investitori è la trasformazione dei crediti in cassa

La precisazione di Webuild sposta quindi il problema dalla contabilizzazione dei ricavi alla loro effettiva trasformazione in liquidità.

Il gruppo ha sottolineato che il tema non riguarda il fondamento dei crediti, che considera riconosciuti dagli organismi competenti, ma la copertura finanziaria necessaria per consentirne il pagamento.

Webuild ha inoltre segnalato positivamente la ripresa nelle ultime settimane dei pagamenti delle fatture scadute da parte di Rete Ferroviaria Italiana (RFI), dopo il trasferimento delle risorse necessarie da parte del Ministero dell’economia e delle finanze (MEF).

La società precisa che l’incasso di queste somme non produce effetti sui risultati economici, trattandosi di importi già contabilizzati: determina invece la conversione di crediti esistenti in cassa disponibile.

È proprio questa distinzione a diventare centrale nella lettura del caso Webuild: non soltanto quanti ricavi e margini vengono prodotti dalle grandi commesse, ma con quali tempi questi valori si trasformano effettivamente in cassa.

Quanto potrebbe servire a Webuild per completare le opere?

Un ulteriore elemento delle indiscrezioni riguarda le risorse necessarie per completare alcune grandi infrastrutture.

Webuild avrebbe indicato la necessità di 10-12 miliardi di euro aggiuntivi rispetto ai claim, principalmente per revisione dei prezzi e lavorazioni necessarie al completamento delle opere.

Tra i progetti citati figurano il Terzo Valico, l’alta velocità Palermo-Catania, la Circonvallazione di Trento e l’alta velocità Vicenza-Padova.

Nella lettera sarebbero state inoltre proposte alcune modifiche normative, tra cui l’estensione ad appalti non legati al Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) dell’anticipo del 10% sulle riserve e la sospensione del recupero degli anticipi contrattuali.

Anche su questo punto Webuild sottolinea però una distinzione: l’adeguamento dei quadri economici delle opere ai costi effettivi non rappresenterebbe una richiesta discrezionale dell’impresa, ma un obbligo previsto dalla normativa sui contratti pubblici a carico delle stazioni appaltanti, necessario per consentire il completamento delle infrastrutture.

Gli analisti vogliono capire la dinamica di cassa

In questo contesto Equita SIM conferma il rating “buy” su Webuild e il target price di 3,50 euro.

Gli analisti non escludono che almeno una parte delle richieste attribuite alla società possa rientrare in una strategia negoziale nei confronti del Governo. Considerano però centrale comprendere cosa le indicazioni emerse implichino per la reale dinamica della cassa e per la sostenibilità del profilo finanziario del gruppo.

Equita SIM evidenzia inoltre la necessità di verificare come il processo negoziale con le istituzioni si concili con le indicazioni recentemente fornite dalla società, che aveva confermato le aspettative di generazione di cassa nei prossimi anni, sostenute anche dall’andamento del capitale circolante netto.

Webuild prosegue l’OPA su Trevi

Sul fronte delle operazioni straordinarie resta aperta anche la partita per Trevi-Finanziaria Industriale TFIN.

La Consob ha riavviato l’istruttoria relativa all’offerta pubblica di acquisto volontaria totalitaria promossa da Webuild, precedentemente sospesa in attesa di informazioni supplementari. Il nuovo termine dell’istruttoria è fissato al 17 settembre 2026.

Webuild si confronta con l’offerta concorrente di ICOP. Il consiglio di amministrazione di Trevi ha appena respinto quest’ultima per ragioni legate alla valutazione e ai rischi di esecuzione.

Gli analisti di Alantra in un commento dell’11 settembre, evidenziano: “Il mercato sembra scontare un possibile miglioramento delle condizioni attualmente sul tavolo: il titolo Trevi scambia infatti a un premio del 26% rispetto al valore implicito dell’offerta interamente in azioni di ICOP e del 5% al di sopra dell’OPA in contanti di Webuild a 4,50 euro per azione”.

L'autore o gli autori non possiedono posizioni nei titoli menzionati in questo articolo. Leggi la Policy editoriale di Morningstar.