Punti chiave
- Tata Motors offre 14,10 euro per Iveco e punta al delisting con il sostegno del consiglio di amministrazione e di Exor, che apporterà la propria partecipazione del 27,06%.
- PF Holdings, controllata da Tech Mahindra, possiede già il 78,82% di Pininfarina e offre 1 euro per le azioni rimanenti, con l’obiettivo dichiarato di togliere la società dalla Borsa.
- Su Recordati, l’offerta a 51,29 euro di CVC e Groupe Bruxelles Lambert divide il consiglio: sei amministratori considerano congruo il prezzo, mentre i quattro indipendenti lo ritengono inadeguato.
Iveco IVG, Pininfarina PINF e Recordati REC. Tre nomi storici dell’industria italiana, tre settori molto diversi – veicoli commerciali, design e farmaceutica – e tre operazioni che potrebbero avere lo stesso esito per Piazza Affari: il delisting e il consolidamento del controllo da parte di gruppi o investitori esteri.
Non si tratta però dello stesso tipo di operazione e, soprattutto, l’uscita dalla Borsa non è ancora completata in nessuno dei tre casi. Anzi, il percorso verso il delisting si trova in fasi diverse di avanzamento. Tutte, in ogni caso, con un’unica destinazione come obiettivo: l’addio a Borsa Italiana e il pieno controllo estero.
Per Iveco è in corso l’offerta di Tata Motors, sostenuta dal consiglio di amministrazione e dall’azionista di riferimento Exor. Per Pininfarina il gruppo indiano Mahindra, che già controlla quasi l’80% del capitale, vuole acquistare il flottante residuo. Nel caso di Recordati, invece, l’OPA promossa da CVC Capital Partners e Groupe Bruxelles Lambert ha aperto uno scontro sulla valutazione della società e sulla tutela degli azionisti di minoranza.
Tre vicende che riportano così al centro dell’attenzione degli investitori un tema più ampio: la progressiva uscita dal listino di alcuni marchi storicamente associati all’industria nazionale attraverso acquisizioni e delisting.
Iveco, Tata Motors offre 14,10 euro per azione
Il dossier più avanzato è quello di Iveco Group, che alla chiusura della seduta del 29 settembre a 14,27 euro capitalizza 3,80 miliardi di euro. L’offerta pubblica di acquisto volontaria totalitaria promossa, attraverso TML CV Holdings, da Tata Motors è partita il 7 settembre e il periodo di adesione terminerà il 26 ottobre 2026, salvo proroghe.
Tata offre 14,10 euro in contanti per ciascuna azione ordinaria Iveco, cum dividend. Il consiglio di amministrazione di Iveco ha deliberato all’unanimità di sostenere l’operazione, raccomandando agli azionisti di aderire all’offerta e di votare a favore delle relative deliberazioni nell’assemblea straordinaria convocata per il 16 ottobre.
Un elemento determinante è la posizione di Exor EXO, principale azionista di Iveco, che si è impegnata irrevocabilmente ad apportare la propria partecipazione, pari a circa il 27,06% delle azioni ordinarie e al 43,19% dei diritti di voto.
L’offerta resta subordinata al raggiungimento di una soglia minima del 95% delle azioni ordinarie. La soglia scenderà automaticamente all’80% qualora gli azionisti approvino la cosiddetta delibera back-end nell’assemblea straordinaria.
Sono già state ottenute le autorizzazioni antitrust, quelle relative agli investimenti diretti esteri (FDI), l’autorizzazione prevista dal Foreign Subsidies Regulation (FSR) europeo e le altre autorizzazioni preventive richieste.
Perché Tata vuole togliere Iveco dalla Borsa
Il delisting non rappresenta un effetto collaterale dell’operazione, ma una parte del progetto industriale. Secondo Tata Motors e Iveco, la gestione del gruppo come società interamente privata e non quotata rappresenterebbe un elemento importante per sostenere la strategia e la creazione di valore nel lungo periodo.
Girish Wagh, managing director e chief executive officer di Tata Motors, ha spiegato che l’integrazione punta a combinare competenze e presenza sui mercati dei due gruppi per creare un operatore dei veicoli commerciali più competitivo a livello globale, con maggiori capacità di investimento nelle tecnologie future.
Per gli azionisti Iveco, quindi, la questione centrale diventa la valutazione del corrispettivo offerto rispetto alla possibilità di continuare a partecipare alla futura crescita della società, considerando che il percorso indicato dall’acquirente conduce esplicitamente verso l’uscita da Piazza Affari.
Pininfarina, Mahindra punta al 100%
Diversa la situazione di Pininfarina, anche se l’obiettivo finale è altrettanto chiaro. PF Holdings, controllata da Tech Mahindra (gruppo Mahindra), ha lanciato un’OPA volontaria totalitaria sul 21,18% del capitale non ancora posseduto. La holding indiana controlla già il 78,82% della società italiana.
L’offerta prevede 1 euro per azione, per un esborso massimo complessivo di circa 16,7 milioni di euro. Il prezzo incorpora un premio del 20% rispetto alla quotazione ufficiale precedente all’annuncio. Dopo la comunicazione dell’operazione, il titolo si è sostanzialmente allineato al prezzo dell’OPA. Infatti, alla chiusura del 29 settembre quota giusto 1 euro, per una capitalizzazione di 78,66 milioni di euro.
Pininfarina rappresenta però un caso particolare: il passaggio sotto controllo indiano non avviene con questa operazione. Mahindra è già l’azionista di controllo. L’OPA punta invece ad acquistare le azioni ancora sul mercato e a portare la società fuori da Piazza Affari.
Pininfarina, una chiara volontà di delisting
Alla base dell’operazione c’è anche la trasformazione del modello di business. Pininfarina sta evolvendo dal tradizionale posizionamento di casa di design automobilistico verso una piattaforma più ampia incentrata su design, architettura, ingegneria e brand.
Secondo l’azionista di controllo, questa trasformazione richiede un orizzonte pluriennale e investimenti per aumentare il peso delle attività meno dipendenti dai tradizionali servizi di design automobilistico.
Una maggiore integrazione all’interno del gruppo Mahindra dovrebbe inoltre ampliare l’accesso ai mercati, l’offerta di servizi e le possibilità di miglioramento dell’efficienza operativa.
PF Holdings ritiene che l’attuale status di società quotata possa limitare la flessibilità necessaria per realizzare la trasformazione e che i costi connessi alla permanenza in Borsa non siano adeguatamente giustificati dalla scarsa liquidità del titolo.
L’obiettivo del delisting è quindi esplicito. Se non venisse raggiunto attraverso l’OPA, PF Holdings intende perseguirlo mediante la fusione per incorporazione di Pininfarina in una società non quotata.
Recordati, dal controllo estero al delisting
Più controverso è il caso di Recordati. Respighi, veicolo di CVC Capital Partners e Groupe Bruxelles Lambert (GBL), ha promosso un’OPA a 51,29 euro per azione, con l’obiettivo del delisting. Il consiglio di amministrazione ha giudicato il prezzo congruo con sei voti su dieci, mentre i quattro amministratori indipendenti, sulla base anche dell’opinione di Rothschild & Co, lo considerano inadeguato rispetto al valore e alle prospettive della società. Nella seduta del 29 settembre il titolo ha chiuso a 53 euro, per una capitalizzazione di 10,86 miliardi di euro.
All’opposizione si è aggiunto Palliser Capital, fondo attivista londinese e azionista di minoranza, che ha contestato l’operazione. Un confronto reso ancora più significativo dal fatto che il titolo, nel periodo considerato, quotava 52,25 euro, sopra il prezzo dell’offerta.
Tre operazioni, tre situazioni diverse, una stessa strada: il controllo tutto estero
Iveco, Pininfarina e Recordati raccontano tre versioni differenti dello stesso fenomeno: gruppi con storie e radici profondamente italiane che, attraverso percorsi societari diversi, si avviano verso un controllo interamente estero e, se le operazioni arriveranno a compimento, verso l’uscita da Piazza Affari.
Per gli investitori il tema non riguarda quindi soltanto il prezzo delle singole OPA, ma anche il progressivo restringimento dell’universo delle società italiane disponibili sul listino. Ora l’attenzione del mercato si sposta su quali altre storiche società quotate, soprattutto quelle con assetti proprietari contendibili o valutazioni considerate interessanti, potrebbero diventare obiettivo di gruppi industriali o investitori esteri.
