Previdenza complementare al palo: il 63% degli italiani senza pensione di scorta

Mentre il governo pensa di riproporre il silenzio-assenso, uno studio certifica la stagnazione delle adesioni ai fondi pensione. A pesare genere, età e carriere frammentate.

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Punti chiave

  • Attualmente, soltanto il 37% degli italiani ha una previdenza complementare attiva.
  • Il TFR resta una leva poco utilizzata: solo il 23,8% viene destinato ai fondi pensione.
  • Donne e giovani hanno il tasso di adesione più basso, aumentando il rischio di un gap pensionistico futuro.
  • I dati mostrano quanto sia importante iniziare il prima possibile a versare in un fondo pensione.

Il secondo pilastro pensionistico italiano continua a mostrare segnali di fragilità strutturale. Lo rivela il nuovo Osservatorio Pensioni 2025 di Moneyfarm, secondo cui solo il 38,8% dei lavoratori dipendenti e il 23,7% degli autonomi risulta iscritto a un fondo pensione, percentuali che scendono rispettivamente al 30,5% e al 13,3% se si considerano solo gli iscritti che effettuano versamenti regolari nell’arco di un anno.

Secondo lo studio, tra i 31,4 milioni di italiani nati tra il 1961 e il 2000, appena il 37% dispone di un fondo pensione, mentre il 63% non ha alcuna forma di previdenza complementare o è inoccupato. Nessuna regione italiana, fatta eccezione per il Trentino-Alto Adige (63%), supera il 50% di adesioni tra i lavoratori 25-64enni; fanalini di coda Campania e Sicilia, entrambe intorno al 29%.

La fotografia scattata da Moneyfarm conferma un sistema previdenziale integrativo ancora distante dagli standard europei, con un livello di partecipazione insufficiente per garantire un adeguato tasso di sostituzione futuro.

Il quadro, poi, arriva in un momento cruciale, nei giorni in cui prende forma la Legge di Bilancio 2026 e il legislatore discute la possibile iscrizione automatica dei neoassunti ai fondi pensione, sulla scia del “silenzio-assenso” del 2007, che allora coinvolse più di 5 milioni di dipendenti del settore privato e portò ad un aumento di oltre il 63% nel numero degli iscritti ai fondi pensione di categoria. Eppure, nonostante le spinte normative, il sistema fatica a radicarsi.

TFR, una leva poco utilizzata nonostante i vantaggi

Il potenziale contributivo del Trattamento di fine rapporto continua a essere sottoutilizzato. L’analisi ci dice che nel periodo 2007-2024 solo il 23,8% del TFR maturato dalle imprese è confluito nelle forme di previdenza complementare.

Il resto è rimasto nelle aziende o nel Fondo di Tesoreria INPS. Nonostante ciò, il TFR rappresenta ancora oltre il 42% della raccolta complessiva dei fondi pensione, segnalando un importante margine di crescita qualora il conferimento venisse incentivato o automatizzato.

Se lasciato in azienda, il TFR viene rivalutato in misura prestabilita al tasso fisso dell’1,5%, cui aggiungere la componente variabile pari al 75% del tasso di inflazione rilevato da Istat. Aderendo alla previdenza complementare, invece, il TFR conferito, che andrà ad alimentare il montante finale, viene investito sui mercati finanziari.

Si tenga conto che a settembre 2025 (ultimo dato Covip) il rendimento netto medio annuo degli ultimi 10 anni e 9 mesi è stato pari al 2,4% per i fondi negoziali, al 2,6% per i fondi aperti, al 3% per i PIP di ramo III, con le linee azionarie pure che hanno guadagnato in media il 4,9%; nello stesso periodo, la rivalutazione del TFR è risultata pari al 2,4% annuo.

C’è poi da considerare anche l’aspetto fiscale al momento dell’erogazione del TFR: se è stato lasciato in azienda, alla sua liquidazione sarà soggetto a tassazione separata su cui verrà applicata l’aliquota IRPEF media dei cinque anni antecedenti la cessazione dell’attività lavorativa (tra il 23% e il 43%); nel caso di versamento al fondo pensione invece, la prestazione pensionistica che verrà erogata sconterà una tassazione agevolata che dal 15% si riduce dello 0,3% per ogni anno di iscrizione alla previdenza complementare successivo al 15° fino a un minimo del 9%.

La discussione legislativa sulle ipotesi di iscrizione automatica dei neoassunti ai fondi pensione si inserisce proprio in questo contesto di basso utilizzo degli strumenti esistenti.

Donne e giovani: se le fragilità strutturali diventano divari previdenziali

Il gap di genere è uno dei punti più critici evidenziati dall’Osservatorio: solo il 39% degli iscritti ai fondi pensione è donna, e la bassa partecipazione femminile riflette un divario occupazionale ancora marcato (58,1% il tasso di occupazione femminile contro il 77,3% maschile).

Il tasso di adesione più basso in assoluto riguarda le giovani donne tra i 25 e i 34 anni, con appena il 25,5% di iscritte contro il 33,2% dei coetanei uomini. Le differenze contributive, da 120 euro al mese per le donne 30-34enni con un Piano individuale pensionistico fino ai 315 euro dei lavoratori 60-64enni con fondi aperti, mostrano poi una capacità media di versamento ancora limitata e non omogenea.

La penalizzazione emerge con forza anche al momento della pensione: nel 2024, gli assegni femminili risultano inferiori del 15,4% per l’anzianità e del 30,1% per la vecchiaia rispetto a quelli maschili.

Una situazione aggravata anche da carriere più brevi, stipendi mediamente inferiori e periodi contributivi discontinui.

Il tempo come alleato: cosa possono accumulare gli italiani entro i 67 anni

Insomma, gli studi confermano un sistema di previdenza complementare ancora in fase di consolidamento. Partecipazione limitata, contributi medi contenuti e differenze demografiche marcate indicano una vulnerabilità crescente rispetto alla capacità del secondo pilastro di sostenere il reddito futuro degli italiani.

Per gli investitori, ciò implica la necessità di una pianificazione più rigorosa e tempestiva, mentre per il settore del risparmio gestito l’espansione della previdenza integrativa resta uno dei fronti più rilevanti in vista del progressivo indebolimento del sistema pubblico.

Da questo punto di vista, è interessante la simulazione di Moneyfarm sul capitale potenzialmente accumulabile a 67 anni assumendo un rendimento pari all’inflazione, quindi in un’ottica tuttosommato prudente.

I dati mostrano quanto sia importante iniziare il prima possibile. Ipotizzando che i versamenti dei lavoratori continuino a seguire nel tempo le attuali modalità per fascia d’età, un lavoratore trentenne che si iscrive a un fondo pensione aperto potrebbe ritrovarsi con 131.100 euro arrivato a 67 anni, oggi l’età pensionabile. Se lo stesso lavoratore cominciasse invece ad accantonare in un Piano individuale pensionistico a 60 anni, si ritroverebbe sette anni dopo con un montante finale intorno ai 48.260 euro.

L'autore o gli autori non possiedono posizioni nei titoli menzionati in questo articolo. Leggi la Policy editoriale di Morningstar.