Punti chiave
- Nel 2024 sono cresciute sia la spesa previdenziale sia le entrate contributive; il saldo, seppur negativo, è leggermente migliorato.
- Il rapporto attivi/pensionati raggiunge quota 1,4758: è il miglior dato mai rilevato dal Rapporto Itinerari Previdenziali dedicato al Bilancio del Sistema Previdenziale italiano.
- L’adeguamento all’aspettativa di vita dei requisiti di età anagrafica per la pensione di vecchiaia e dei coefficienti di trasformazione restano imprescindibili per la tenuta del sistema.
Malgrado le previsioni spesso catastrofistiche, i conti della previdenza italiana reggono, e dovrebbero farlo anche tra 10-15 anni, quando la maggior parte dei baby boomer e delle persone nate prima del 1980 – coorti molto numerose e dunque assai significative in termini pensionistici – si saranno pensionati. A dirlo è Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, durante la presentazione dell’ultimo Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale Italiano, tenutasi il 14 gennaio alla Camera dei Deputati.
Quanti sono i pensionati in Italia?
Lo studio, arrivato alla tredicesima edizione, rivela che dopo un trend positivo avviatosi nel 2009 e proseguito in modo costante fino al 2018 per effetto delle ultime riforme previdenziali, il numero di pensionati italiani si mostra di nuovo in risalita: i percettori di assegno pensionistico sono 16,31 milioni a fine 2024, a fronte dei 16,13 milioni del 2022 e dei 16 milioni del 2018, anno in cui si era toccato il valore più basso di sempre.
“Un incremento ascrivibile soprattutto alle molteplici vie d’uscita in deroga ai requisiti previsti dalla riforma Fornero – si legge nel Rapporto – introdotte con le prime due “salvaguardie” del 2012, seguite dal 2014 in poi da ben altre 7 salvaguardie e successivamente dall’anticipo pensionistico sociale, per poi culminare negli ultimi anni con l’approvazione dapprima di Quota 100 nel 2019 e, a seguire, di Quota 102 e Quota 103.”
Si scopre così che su 3,58 residenti italiani almeno uno è pensionato, dato obiettivamente molto elevato se si tiene conto che il picco dell’invecchiamento della nostra popolazione verrà toccato nel 2045.
Venendo al numero di prestazioni pensionistiche, al 2024 ne risultano in pagamento 23,02 milioni, con una crescita di oltre 95mila trattamenti (+0,42%) rispetto al 2023. Cresce anche la spesa previdenziale, nel 2024 pari a 286,14 miliardi (+18,73 rispetto al 2023). Contemporaneamente crescono però anche le entrate contributive, ammontate a 260,59 miliardi l’anno passato. Tutto ciò di fatto migliora anche il saldo previdenziale, il quale, pur restando in territorio negativo, passa dai -30,72 miliardi del 2023 ai -25,55 dell’ultima rilevazione.
Il sistema previdenziale è sostenibile?
Dopo il difficile biennio 2020-2021, caratterizzato dalla pandemia, è proseguita anche nel 2024 la crescita del numero di occupati, risalito fino a 24,07 milioni, valore superiore a quello pre-Covid, e ulteriormente cresciuto nel 2025, assestandosi a quota 24,22 milioni nel settembre 2025.
Infatti, nonostante l’incremento dei pensionati, i progressi dell’occupazione consentono un ulteriore miglioramento del rapporto attivi/pensionati, fondamentale per la tenuta di un sistema pensionistico a ripartizione come quello italiano: a fine 2024, il valore è pari a circa 1,48. Benché ancora al di sotto di quell’1,5 indicato nelle precedenti edizioni del Rapporto come “soglia di sicurezza” necessaria per la stabilità di medio-lungo termine della nostra previdenza obbligatoria, si tratta del miglior dato di sempre tra quelli registrati in questi 13 anni.
Su questo fronte, gli analisti di Itinerari Previdenziali parlano di un “ulteriore lento ma progressivo miglioramento” e di un “possibile obiettivo di 1,6/1,7 attivi per ogni pensionato”. Tuttavia, affinché queste stime si concretizzino, “sarà necessario investire in politiche industriali che rilancino la stagnante produttività del Paese, soprattutto allo scopo di migliorare i tassi occupazionali, sì da record in Italia, ma pur sempre da fanalino di coda nel confronto con l’UE”.
Non esistono “pasti gratis”, neanche previdenziali
Insomma, la previdenza pubblica italiana traballa, ma non crolla; anzi, per il momento sembra proprio reggere. “L’equilibrio è però sottile,” puntualizza Brambilla, “e potrà essere preservato solo con l’applicazione dei due stabilizzatori automatici già previsti dal sistema, vale a dire adeguamento all’aspettativa di vita dei requisiti di età anagrafica e dei coefficienti di trasformazione.”
“È evidente – aggiunge – che i saldi previdenziali di molte gestioni risentano negativamente delle numerose forme di anticipazione che, negli ultimi anni, hanno sia generato confusione con troppe regole differenti, sia contribuito ad abbassare le età di pensionamento”.
Non a caso, il Rapporto rileva che, mentre nel 2019 l’età effettiva di pensionamento anticipato aveva raggiunto per le gestioni INPS del settore pubblico e privato una media di 62,4 anni, al 2024 è scesa a quota 61,7. Numeri che secondo Itinerari Previdenziali suggeriscono la necessità di requisiti anagrafici più stringenti.
Il peso della spesa assistenziale sul bilancio dello Stato
Se dal lato puramente pensionistico, le notizie sembrano essere tutto sommato positive, la spesa assistenziale sembra essere la vera palla al piede del bilancio dello Stato.
Secondo il Rapporto, infatti, nel 2024 l’Italia ha complessivamente destinato a pensioni, sanità e assistenza 627,933 miliardi di euro, con un incremento dell’8% rispetto all’anno precedente (44,22 miliardi): la spesa per prestazioni sociali ha assorbito oltre la metà di quella pubblica totale, il 56,65%.
Rispetto al 2012, dunque nell’arco di 12 anni, la spesa per il welfare è aumentata di 195,67 miliardi (+45%); aumento ascrivibile soprattutto agli oneri assistenziali a carico della fiscalità generale, cresciuti del 163,3% (+93 miliardi) a fronte dei “soli” 75 miliardi della spesa previdenziale (+35,6%). Nello stesso periodo, l’inflazione è salita del 24% e il PIL del 35,88%.
Brambilla sottolinea anche che nel 2024 l’incidenza della spesa pensionistica sul PIL è pari al 13,05%, un valore decisamente sopra la media europea. Questa percentuale però scende all’11,77%, tuttosommato in linea con la media Eurostat, escludendo dal calcolo tutte quelle spese che la stessa INPS classifica come assistenziali.
Dettagli “tutt’altro che banali” se si considera che “la corretta determinazione di questi valori, e la loro omogeneità tra i diversi Paesi, è fondamentale per evitare che sovrastime influenzino negativamente le agenzie di rating o convincano l’Europa a imporre tagli, in verità non necessari, alla previdenza italiana”.

