Punti chiave
- Il governo sta studiando un meccanismo che preveda un contributo pubblico iniziale per i nuovi nati da destinare a una posizione di previdenza complementare intestata al bambino.
- Anche versamenti contenuti possono trasformarsi in un capitale significativo se lasciati investiti per diversi decenni. La vera scommessa è quindi iniziare il prima possibile.
- La Germania ha approvato la Frühstartrente, che prevede 10 euro al mese versati dallo Stato dai 6 ai 18 anni. Il capitale viene investito sui mercati e può essere alimentato anche dalle famiglie.
La pensione di scorta si comincia a costruire dalla culla. È questa, in estrema sintesi, l’idea alla base del fondo previdenziale per i nuovi nati che il governo sta valutando in vista della prossima legge di Bilancio. L’idea è semplice: aprire una posizione previdenziale intestata al bambino e alimentarla con un contributo pubblico, lasciando poi a genitori e familiari la possibilità di effettuare ulteriori versamenti.
Il progetto nasce da un problema ormai strutturale del sistema previdenziale italiano: le nuove generazioni dovranno confrontarsi con una popolazione sempre più anziana, carriere lavorative potenzialmente più discontinue e un sistema pensionistico nel quale la componente complementare potrebbe assumere un peso crescente.
La proposta, tuttavia, è ancora in fase di definizione. Non sono stati stabiliti né l’importo del contributo pubblico né le modalità di gestione della posizione. Tra le ipotesi circolate c’è quella di un contributo iniziale di 1.000 euro per ogni nuovo nato, indicata dal presidente dell’Inps Gabriele Fava.
Pensioni: quanto conta iniziare presto
Il principale argomento a favore dell’iniziativa è finanziario prima ancora che previdenziale: il ruolo fondamentale del tempo. Un capitale investito per 50 o 60 anni può beneficiare della capitalizzazione composta, cioè della possibilità di reinvestire progressivamente i rendimenti generati dall’investimento. Per questo motivo, anche somme relativamente modeste possono assumere dimensioni molto diverse quando vengono investite per periodi estremamente lunghi.
Simone Rosti, responsabile per l’Italia e il Sud Europa di Vanguard, porta un esempio. Investendo 10 euro al mese dalla nascita fino ai 18 anni e ipotizzando un rendimento medio annuo del 6%, il capitale arriverebbe a circa 3.829 euro a 18 anni e a circa 66.542 euro a 67 anni, anche senza ulteriori versamenti dopo la maggiore età.
“Il dibattito italiano su un conto di risparmio previdenziale fin dalla nascita con sostegno statale arriva al momento giusto”, osserva Rosti. Carriere frammentate, pressioni demografiche e una partecipazione ancora limitata alla previdenza complementare possono infatti rendere più difficile costruire una pensione adeguata per le generazioni future.
Per Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, uno dei principali vantaggi sarebbe proprio quello di “massimizzare il tempo di capitalizzazione degli investimenti previdenziali, arrivando potenzialmente a sfruttare un orizzonte di investimento di 65 anni”.
Il precedente del Trentino-Alto Adige
L’idea non sarebbe completamente nuova per l’Italia. Un progetto simile – che vede proprio la collaborazione di Itinerari Previdenziali – coinvolge già oggi circa 17 mila bambini nella sola provincia di Trento.
La misura prevede un contributo di 300 euro alla nascita, all’adozione o all’affidamento, versato direttamente nella posizione previdenziale del minore. Nei quattro anni successivi vengono riconosciuti altri 200 euro all’anno, a condizione che la famiglia versi almeno 100 euro annui nello stesso fondo. Il contributo pubblico può quindi arrivare complessivamente a 1.100 euro. Il modello contiene già un elemento che potrebbe essere interessante anche per il progetto nazionale: il contributo pubblico viene associato a quello della famiglia.
“Basterebbe utilizzare una piccola parte delle risorse già stanziate per l’assegno unico dei figli e tutti i vari bonus legati”, suggerisce Brambilla. La sua ipotesi è destinare 10 o 20 euro dell’assegno unico alla posizione previdenziale scelta dalla famiglia, dalla nascita fino ai 18 anni, eventualmente condizionando il contributo pubblico a un versamento analogo da parte dei genitori.
Brambilla sottolinea che una soluzione di questo tipo avrebbe il considerevole vantaggio di contenere l’impatto sui conti pubblici, utilizzando risorse già destinate al sostegno delle famiglie.
Il nodo dei rischi e della gestione del fondo pensione per i neonati
Il contributo pubblico, però, è soltanto il primo elemento da considerare. Perché il capitale accumulato nell’arco di diversi decenni sia effettivamente significativo, conta anche come viene investito e quanto costa la gestione.
Rosti sottolinea la necessità di un sistema semplice, accessibile e digitale, capace di raggiungere anche le famiglie con una minore familiarità con gli strumenti finanziari. L’accesso potrebbe essere collegato alla registrazione della nascita, con la possibilità per i genitori di scegliere tra operatori privati regolamentati.
Un altro punto riguarda la strategia di investimento. Con un orizzonte iniziale di diversi decenni, un portafoglio eccessivamente prudente potrebbe ridurre il potenziale di crescita del capitale. I modelli analizzati da Vanguard e dal Deutsches Aktieninstitut prevedono una significativa esposizione ai mercati azionari, attraverso portafogli diversificati a livello globale e a basso costo. La quota di rischio potrebbe poi essere ridotta gradualmente con l’avvicinarsi dell’età pensionabile, attraverso strategie lifecycle o target-date.
Per una posizione previdenziale destinata a rimanere investita per mezzo secolo o più, anche differenze apparentemente piccole nei costi possono avere un impatto rilevante sul capitale finale.
La Germania parte dai sei anni
L’Italia non sarebbe comunque la prima a sperimentare un meccanismo di questo tipo. Il caso più recente è quello tedesco, con la Frühstartrente, la pensione di avvio precoce.
Il governo tedesco ha approvato il disegno di legge che prevede un versamento pubblico di 10 euro al mese per ogni bambino dai 6 ai 18 anni. Il denaro viene destinato a un conto previdenziale individuale e investito sul mercato dei capitali. La misura dovrebbe partire dal 2027, con applicazione retroattiva al 2026 per i bambini nati nel 2020.
La differenza rispetto all’ipotesi italiana è quindi significativa: la Germania non parte dalla nascita, ma dai sei anni. In dodici anni, il contributo pubblico raggiungerebbe complessivamente 1.440 euro, senza considerare eventuali versamenti aggiuntivi della famiglia.
Anche Berlino punta sul lungo periodo. Secondo le simulazioni del ministero delle Finanze tedesco, i versamenti pubblici potrebbero trasformarsi in circa 53 mila euro a 65 anni, ipotizzando un rendimento medio annuo del 7% e nessun ulteriore contributo dopo i 18 anni. Con ulteriori 10 euro al mese versati dalla famiglia, la simulazione arriva a circa 107 mila euro.
Un aspetto interessante della Frühstartrente riguarda i costi: i prodotti ammessi dovranno rispettare un tetto all’incidenza effettiva dei costi dell’1% e non potranno applicare costi di sottoscrizione e distribuzione fino alla maggiore età.
Previdenza ma anche educazione finanziaria
Il progetto ha un obiettivo che va oltre la pensione. Rosti e Brambilla, infatti, considerano l’investimento previdenziale dalla giovane età anche uno strumento di educazione finanziaria. Avvicinare le famiglie ai mercati e al risparmio di lungo periodo potrebbe contribuire a modificare il rapporto con gli investimenti e con la previdenza complementare. Un tema particolarmente rilevante in Italia, dove l’adesione alla previdenza complementare rimane contenuta.
È un effetto difficile da quantificare, ma potenzialmente importante. Aprire una posizione previdenziale alla nascita significa infatti rendere il risparmio pensionistico parte della pianificazione finanziaria familiare molto prima di quando normalmente viene affrontato il problema della pensione.
Il solo contributo pubblico non basta per la pensione dei neonati
Dall’altra parte, il successo dell’iniziativa dipenderà dalla sua struttura. Un contributo pubblico troppo basso potrebbe avere un effetto limitato; un contributo elevato avrebbe invece un costo significativo per lo Stato. E una posizione previdenziale con costi elevati o una gestione degli investimenti poco efficiente potrebbe erodere una parte dei benefici della capitalizzazione.
Il fondo pensione per i nuovi nati non risolverebbe il problema della previdenza italiana. Non può compensare da solo carriere discontinue, salari bassi o il progressivo invecchiamento della popolazione. Può però intervenire su una variabile che nessun’altra misura previdenziale può recuperare: il tempo perso.
È questo il punto su cui convergono Brambilla e Rosti. Per il primo, il modello può rafforzare la previdenza complementare e l’educazione finanziaria; per il secondo, il contributo pubblico è soltanto una parte della soluzione e deve essere accompagnato da semplicità, bassi costi, diversificazione e partecipazione delle famiglie. La domanda ora è quanto sarà ambiziosa la versione italiana.

