Valerio Baselli: Buongiorno e benvenuti. In Italia i fondi pensione non decollano. I motivi sono diversi: possono essere burocratici, possono essere legati alla diffidenza che ancora alcune persone nutrono verso i prodotti finanziari in generale, ma che può anche essere alimentata da alcune caratteristiche specifiche dei prodotti di previdenza integrativa.
Oggi ne parliamo con Michaela Camilleri, del Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali.
Michaela, in Morningstar sottolineiamo da sempre l’importanza di una pianificazione finanziaria seria ed efficiente, e ovviamente la pensione ne è una parte importante. Questo per dire che non siamo assolutamente contro i fondi pensione, anzi è vero il contrario, ma che oggi metteremo in luce quegli aspetti che forse tengono alla larga una fetta troppo ampia di pubblico.
Partiamo dalla flessibilità in entrata e in uscita. Mi è capitato personalmente di parlare con diverse persone che non volevano accedere a un fondo pensione a causa del timore di non poter più recuperare le somme versate se non dopo 30 o 40 anni. Esiste quindi la paura di vedere una somma bloccata e quindi non disponibile per eventuali esigenze che possono nascere, anche serie come la disoccupazione. È una paura reale questa? Ci può spiegare come funziona questo meccanismo?
Michaela Camilleri: Direi che è una paura infondata, perché in realtà le somme non restano bloccate fino all’età del pensionamento. Vi si può accedere tramite un sistema di anticipazione e di riscatti. Le anticipazioni sono previste per dei casi specifici, quindi ad esempio l’acquisto, la ristrutturazione della prima casa per sé, per i figli, per spese mediche, tra l’altro in qualsiasi momento fino al 75% dalla posizione maturata, o per esigenze diverse dagli iscritti, fino al 30% dalla posizione maturata dopo otto anni dall’iscrizione. Sono poi previste anche un’altra serie di riscatti per inoccupazione dai dodici ai 48 mesi o per casi come cassa integrazione, mobilità fino al 50% della posizione e poi riscatto totale per invece casi di inoccupazione più lunga oltre 48 mesi. Quindi, diciamo che c’è un sistema che prevede di recuperare, almeno in parte, per esigenze specifiche o per altre esigenze, le somme accumulate nel fondo pensione.
Baselli: Molto chiaro. Poi c’è il problema dell’erogazione finale. Attualmente vige l’obbligo di percepire almeno il 50% della posizione individuale accumulata finale nella forma di rendita vitalizia. Già questo potrebbe essere uno scoglio per molti, abituati al “tesoretto” che rappresenta la liquidazione del TFR al pensionamento da parte del datore di lavoro.
Inoltre, questo magari non tutti lo sanno, ma a causa del modo in cui oggi vengono calcolate ed erogate le rendite vitalizie, ci sono casi in cui il pensionato iscritto a un fondo pensione, a cui ha ovviamente contribuito durante la carriera lavorativa, non riesca a recuperare del tutto il montante versato negli anni. In questo senso, emblematica è l’esperienza proprio di un pensionato, raccontata tramite una lettera pubblicata dal Sole 24 Ore un paio di mesi fa. Ora, come possibile una cosa del genere? E soprattutto, come la si può evitare?
Camilleri: E allora come dicevi tu giustamente, la legge prevede 50% di capitale e 50% di rendita, a meno che dalla conversione di almeno il 70% del proprio montante non ne risulti un assegno basso, quindi, diciamo, non tale da poter garantire una rendita. Quello che capita è che generalmente la rendita offerta dal fondo pensione è una rendita vitalizia immediata, quindi appunto viene pagata fino al momento del decesso.
Cosa si può fare per evitare di perdere tra virgolette il montante appunto accumulato e quindi il montante residuo? Si può optare, e tutti i fondi pensione in convenzione con le compagnie di assicurazione lo propongono, per un’altra tipologia di rendita. Quindi una rendita che garantisca una copertura ai beneficiari e agli eredi, così che appunto il montante residuo non non vada perso ovviamente. Queste tipologie di rendite hanno un costo superiore, vanno a ridurre l’importo della della rendita erogata, ma offrono questo tipo di protezione.
Baselli: Quindi, la scelta della rendita è fondamentale. Un altro aspetto molto importante è quello fiscale. I fondi pensione hanno delle aliquote agevolate rispetto agli altri investimenti, ma alcuni hanno la sensazione di venire tassati due volte, la prima volta sui rendimenti, e la seconda volta alla prestazione finale. Teoricamente, si potrebbe venire tassati anche una terza volta, su quella parte di contributi che eccede il limite della deducubilità. Da un punto di vista puramente fiscale, a parità di rendimenti, i fondi pensione convengono o no?
Camilleri: E come dicevi tu, c’è un’esenzione fiscale sui contributi fino a un massimo di 5.164 euro all’anno. C’è poi una tassazione del 20% sui rendimenti, che comunque è una tassazione di favore rispetto al 26% classico per gli altri prodotti finanziari. E poi c’è una tassazione sulla prestazione finale, che è comunque una tassazione agevolata perché stiamo parlando del 15% di tassazione sulla prestazione che si può ridurre a seconda degli anni di partecipazione al sistema fino al 9%. Quindi, ad esempio, se pensiamo, come dicevi anche tu prima, un confronto col TFR alla liquidazione classica del TFR mantenuto in azienda, lì stiamo parlando di una tassazione che è ad aliquota IRPEF, quindi almeno il 23%, quindi 23% di tassazione contro un’imposta sostitutiva dei fondi pensione agevolata tra il 15 e il 9% direi che è sicuramente un bel vantaggio fiscale, nonostante il fatto che ci sia questa doppia tassazione.
Baselli: Certo. Per concludere, oggi in Italia abbiamo circa un lavoratore su quattro iscritto a una qualche forma di previdenza complementare in modo effettivo, cioè che oltre a essere iscritto versi regolarmente dei contributi. Siamo molto indietro rispetto alla media europea. Anche alla luce di quello che ci siamo detti, quali sarebbero le 2-3 mosse che si dovrebbero fare per rilanciare davvero la previdenza integrativa? E perché non si fanno?
Camilleri: Allora, intanto una piccolissima premessa: nel confronto europeo noi siamo all’11% circa di rapporto patrimonio-fondi pensione sul PIL contro alcuni Paesi che stanno ben oltre il 50%, penso l’Olanda, il Regno Unito, la Danimarca. Però nel confronto è anche bene sottolineare che questi Paesi hanno anche una adesione semi obbligatoria od obbligatoria, mentre nel nostro Paese ovviamente l’iscrizione è facoltativa. Quello che si potrebbe fare in questo senso è come nel Regno Unito, ad esempio, prevedere almeno per i nuovi assunti, quindi ad esempio 1º gennaio 2026, partire con un iscrizione automatica al fondo pensione e lasciare poi al lavoratore la possibilità, come avviene nel Regno Unito, di fare opting out. Questo potrebbe essere già un primo passaggio.
Sulla parte fiscalità si potrebbe quanto meno ritornare alla tassazione sui rendimenti all’11%, che è quello che era stato previsto originariamente dalla riforma, dal decreto 252 del 2005, e rivedere la soglia di deducibilità massima che appunto anche in questo caso è ferma al 2005. E ultimissima cosa sulle rendite, visto che ne abbiamo parlato è lavorare sul sistema delle rendite, prevedere, ad esempio per i fondi pensione la possibilità di erogarle direttamente in un periodo temporale prefissato con dei prelievi parziali. Garantire quindi che il montante insomma accumulato venga poi effettivamente restituito interamente all’iscritto.
Baselli: Molto interessante. Grazie ancora a Michaela Camilleri. Per Morningstar, sono Valerio Baselli, alla prossima.
