Punti chiave
- Con repressione finanziaria si intendono quelle politiche economiche e monetarie volte a mantenere i tassi artificialmente bassi, in modo da ridurre il costo reale del debito pubblico.
- Il debito pubblico globale supererà il 100% del PIL nel 2029, secondo l’FMI.
- Oro, real estate e azioni possono aiutare gli investitori a contrastare la repressione finanziaria.
Con il debito pubblico globale che è destinato a superare il 100% del PIL nel 2029, il pericolo per gli investitori in titoli di Stato si chiama repressione finanziaria.
Nel suo Fiscal Monitor del 15 ottobre 2025, il Fondo Monetario Internazionale ha previsto che il debito pubblico globale oltrepasserà la soglia del 100% del Prodotto interno lordo già nel 2029, contro proiezioni precedenti che collocavano il superamento un anno dopo. Con questi numeri, lo spettro della repressione finanziaria ha cominciato a circolare negli ambienti finanziari.
Cos’è la repressione finanziaria?
Con repressione finanziaria si intendono quelle politiche economiche e monetarie volte a mantenere i tassi artificialmente bassi rispetto all’inflazione, in modo da ridurre il costo reale del debito. Per un investitore in titoli di Stato, questa strategia è pericolosa perché se l’inflazione è superiore alle cedole, il valore reale del capitale si riduce e l’investitore perde potere di acquisto.
“Per contenere debiti pubblici in continuo aumento, la via politicamente praticabile non è quella di tagli drastici al welfare, ma quella della monetizzazione strisciante: lasciare che i tassi reali diventino negativi, ovvero la ‘repressione finanziaria’”, scrive Giordano Lombardo, amministratore delegato di Plenisfer Investments, nella sua lettera trimestrale del 13 ottobre.
La repressione finanziaria può essere praticata in vari modi, dalla gestione dei tassi, all’aumento della massa monetaria, all’acquisto di titoli di Stato sul mercato. Può anche consistere in restrizioni commerciali, barriere alla libera circolazione dei capitali e altre politiche volte a indirizzare i flussi di denaro verso determinati impieghi come i titoli di Stato, anziché lasciarli liberi di circolare.
“I tassi di interesse hanno una natura bifronte. Sebbene la loro recente discesa, successiva all’inflazione 2021-2022, abbia ridotto i costi per le imprese e i consumatori, essa comporta anche la diminuzione dei rendimenti sugli investimenti. Questa riduzione può limitare la vitalità del sistema finanziario nel reindirizzare capitali verso settori innovativi”, spiega Gabriele Serafini, economista e professore presso l’Università degli studi Niccolò Cusano di Roma.
Perché la repressione finanziaria è diventata una via obbligata per i governi
I debiti pubblici sono in aumento in tutto il mondo. Secondo l’FMI, il rapporto debito/PIL degli Stati Uniti supererà il 143% nel 2030, dal 122% del 2024; l’Italia toccherà il 137% dal 135% del 2024 e la Francia sfiorerà il 130% dal 113% dell’anno scorso. Dalla grande crisi finanziaria del 2008, scatenata dai mutui subprime negli Stati Uniti, il debito pubblico è cresciuto, favorito anche dalle politiche di allentamento monetario delle banche centrali.
Il trend è proseguito nel 2022 e nel 2023, nonostante la fiammata dell’inflazione e la progressiva riduzione del sostegno delle politiche monetarie. All’aumento della spesa sociale, si è aggiunta quella per interessi sui titoli di Stato, che nei Paesi più sviluppati rappresenta circa il 3% del Prodotto interno lordo. Le leve per ridurre il debito potrebbero essere la crescita economica oppure il miglioramento dei conti pubblici attraverso l’aumento delle entrate – più tasse – o il taglio della spesa. Tuttavia, queste strade non sembrano praticabili al momento.
“Il problema è che le soluzioni tradizionali non sono disponibili”, afferma il Global Credit Team di Algebris Investments in un report del 2 ottobre. “L’inasprimento fiscale necessario per riequilibrare i bilanci non è politicamente fattibile e le economie avanzate non possono uscire dal debito con deficit del 5-6% e una crescita reale dell’1-2%”.
“Per i risparmiatori, il contesto che emerge è penalizzante”, spiegano da Algebris Investments. “Con rapporti debito/PIL sempre più difficili da contenere, i governi non possono permettersi di concedere alcun premio agli investitori. Al contrario, hanno forti incentivi ad adottare politiche mirate a comprimere i rendimenti reali. Tassi nominali inferiori all’inflazione permettono infatti di ridurre il debito reale anche senza crescita”.
Qual è l’impatto della repressione finanziaria sull’investimento in titoli di Stato
Vediamo un semplice esempio di come, in un contesto di repressione finanziaria, l’investitore in titoli di Stato può perdere potere di acquisto.
Immaginiamo un investitore che un anno fa avesse sottoscritto un titolo di Stato a un anno per 10.000 euro, con un rendimento dell’1,8%, in un momento in cui l’inflazione annua è al 2,8%. Nella tabella qui sotto, si può vedere come l’inflazione erode il suo potere di acquisto e quindi il valore reale dell’investimento non sarà di 10.180 euro, bensì di 9.895 euro. L’investitore, dunque, potrà acquistare lo 0,97% in meno di beni e servizi rispetto a prima.
I governi accelerano sulla repressione finanziaria
La repressione finanziaria non è una novità; al contrario è stata praticata nel decennio passato da Stati Uniti, Europa e Giappone stampando moneta per acquistare titoli di Stato e comprimere i rendimenti.
Come spiegano da Algebris Investments, in Europa, Stati Uniti e Regno Unito circa un quinto del debito pubblico è stato trasferito sui bilanci delle banche centrali durante il periodo del covid. Il Giappone, invece, controlla esplicitamente la curva dei rendimenti dal 2016. Infine, la Cina impone limiti ai tassi di deposito da oltre trent’anni.
La tendenza alla repressione finanziaria è in accelerazione. Negli Stati Uniti, alcune riforme sono viste dagli esperti come un modo per tenere al di sotto del livello di equilibrio i rendimenti dei titoli di Stato, come ad esempio la riforma Supplementary Levarage Ratio (SLR) che rivede i requisiti di capitale per le banche, incentivando di fatto l’acquisto di debito pubblico. In Europa, il programma Transmission Protection Instrument (TPI) della Banca Centrale europea, introdotto nel luglio 2022, è volto a evitare l’eccessiva volatilità sui titoli di Stato.
Le asset class per contrastare la repressione finanziaria
Per contrastare la repressione finanziaria, gli investitori devono puntare su valori reali come l’oro, i metalli preziosi, gli immobili o le azioni, si legge in una nota di Raiffeisen del 3 ottobre 2025. “Mentre tutte queste classi d’investimento offrono una buona protezione contro l’inflazione, nel caso di azioni e fondi immobiliari rivestono un peso anche i dividendi e le distribuzioni dei proventi”. Ad esempio, l’indice Morningstar Europe Dividend Yield Focus, che comprende i titoli europei ad alto dividendo e con una forte solidità finanziaria, ha uno yield del 4,50%, che si confronta con un’inflazione nell’eurozona del 2,2% a settembre 2025.
Il Global Credit Team di Algebris Investments mette l’accento anche sui titoli bancari europei, che offrono rendimenti reali del 6-7%, grazie a una combinazione di dividendi elevati e buyback azionari, sul credito subordinato, che paga quasi il 3%, sui titoli high yield dei mercati emergenti, che offrono rendimenti reali del 4-5% e sulle obbligazioni in valuta locale, che hanno rendimenti reali compresi tra il 5% e il 10%, nonostante il dollaro debole.

