Guerra in Iran: quali sono gli effetti che gli investitori stanno sottovalutando?

Il rischio è che i mercati azionari e obbligazionari europei scontino nelle loro valutazioni una risoluzione del conflitto con l’Iran, trascurando gli effetti negativi su crescita, inflazione e forniture energetiche.

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Punti chiave

  • I mercati azionari europei hanno registrato un calo nel primo mese di guerra, ma hanno poi registrato una serie di riprese sulla scia dei primi segnali di progressi diplomatici.
  • Sebbene i prezzi del petrolio siano saliti alle stelle, rimangono comunque al di sotto del record di 147 dollari raggiunto nel 2008.
  • Alcuni investitori sostengono che i mercati dei titoli di Stato abbiano reagito in modo eccessivo alla possibilità di un aumento dei tassi di interesse.

A più di un mese dall’inizio della guerra in Iran e con un futuro ancora tutt’altro che chiaro, cresce la preoccupazione circa la capacità dei mercati di valutare con precisione l’impatto globale del conflitto.

La presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, e il president di BlackRock, Rob Kapito, figurano tra le personalità di spicco che mettono in guardia dal fatto che gli investitori stiano nutrendo un eccessivo ottimismo riguardo al percorso verso la normalità una volta cessati i combattimenti.

Alcuni strategist e fund manager sostengono che le valutazioni dei mercati azionari riflettano una certa compiacenza, basata sull’ipotesi di un «conflitto contenuto», mentre i mercati obbligazionari potrebbero essersi spinti troppo in direzione opposta nello scontare un aumento dei tassi di interesse.

«I mercati raramente valutano correttamente il rischio geopolitico», afferma Andrew Balls, global fixed income CIO di PIMCO. Lauren Hyslop, fund manager di Mattioli Woods, sostiene che «i mercati europei si comportano come se la guerra fosse una serie di temporali passeggeri piuttosto che un cambiamento climatico».

Secondo gli esperti, anche il ricordo dell’inversione di rotta sulle tariffe doganali decisa dal presidente Donald Trump nell’aprile 2025 sta alimentando la convinzione che non ci saranno effetti duraturi.

Fino a che punto potrebbe davvero salire il prezzo del petrolio?

I prezzi del petrolio e del gas sono saliti alle stelle dall’inizio del conflitto, poiché le spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz si sono praticamente arrestate. I futures sul greggio Brent hanno toccato il picco di 118 dollari a marzo, con un aumento del 63% rispetto ai livelli prebellici. Tuttavia, tali prezzi rimangono al di sotto dei massimi storici e va considerata la possibilità che si raggiungano livelli molto più elevati a seconda degli sviluppi nel Golfo Persico.

Allan Good, director of equity research di Morningstar, afferma che finora i mercati energetici si sono comportati in modo ragionevolmente ottimista, vista la possibilità di una risoluzione a breve termine.

«Se si considerano i volumi potenzialmente a rischio per un periodo prolungato – stiamo parlando del 10% dei volumi mondiali di petrolio che potrebbero non riuscire a raggiungere il mercato – l’idea che i prezzi del petrolio si attestino ancora intorno ai 100 dollari, a mio avviso, riflette la convinzione che si giungerà a una rapida risoluzione della situazione e a una riapertura dello Stretto di Hormuz in tempi relativamente brevi», afferma.

Gli analisti avvertono che la situazione potrebbe cambiare se lo stretto dovesse rimanere chiuso per tutto il mese di aprile; tra questi, Goldman Sachs suggerisce che il prezzo del petrolio potrebbe superare il massimo storico del 2008, pari a 147 dollari al barile.

«Se ciò dovesse accadere, non si tratterebbe più di una semplice rotazione settoriale, ma di un evento che metterebbe sotto pressione l’intero mercato», afferma Ruben Dalfovo, investment strategist di Saxo Bank.

Nessun segnale di selloff

Il Morningstar Europe Index ha registrato un calo di circa l’11% dall’inizio della guerra. Ciononostante, i titoli azionari hanno reagito prontamente ai timidi segnali di una possibile risoluzione, registrando diverse riprese di breve durata.

«I mercati stanno reagendo alla possibilità di una soluzione diplomatica, non alla sua effettiva fine», afferma Charu Chanana, chief investment strategist di Saxo Bank, aggiungendo che ciò potrebbe innescare ulteriori forti oscillazioni in entrambe le direzioni man mano che la situazione evolve.

Hyslop di Mattioli Woods afferma che, sebbene la volatilità dei mercati azionari sia aumentata, non si è ancora verificato un crollo drastico.

«L’adeguamento sembra ancora di natura tattica piuttosto che una rivalutazione di fondo del rischio geopolitico. Le valutazioni continuano a basarsi sull’ipotesi di un conflitto contenuto e di utili che, in ultima analisi, si dimostreranno resilienti. Per un investitore, tale serenità è al tempo stesso impressionante e inquietante», afferma.

Michael Field, chief European markets strategist di Morningstar, respinge l’idea che i mercati azionari abbiano sottovalutato gli effetti, suggerendo che le recenti vendite siano state in linea con la durata della guerra registrata finora.

Ciononostante, afferma che gli investitori seguiranno con attenzione gli sviluppi futuri e i segnali di un possibile protrarsi del conflitto. «Se la situazione dovesse protrarsi, l’impatto generale colpirà alcuni titoli industriali in modo più duro di quanto attualmente scontato dai mercati», afferma.

In tale scenario, Chanana di Saxo Bank avverte che i titoli azionari sarebbero sottoposti a pressioni ben più intense, con ripercussioni economiche che potrebbero estendersi a settori quali i beni di consumo ciclici e i titoli growth.

«Il rischio è che l’impatto dello shock petrolifero sulla crescita si protragga più a lungo del previsto, continuando a pesare sulla fiducia e sulla spesa discrezionale», aggiunge.

I bond scontano i timori di una risalita dei tassi d’interesse

I mercati dei titoli di Stato hanno subito una drastica rivalutazione dalla fine di febbraio, poiché le aspettative prebelliche di tagli dei tassi d’interesse da parte sia della Banca centrale europea che della Bank of England sono state completamente ribaltate. Il Morningstar Eurozone Core Bond Index ha registrato un calo di circa il 3% dall’inizio delle ostilità.

I rendimenti dei titoli di Stato europei e britannici hanno registrato un’impennata, a seguito di una brusca revisione delle aspettative sui tassi d’interesse, che si sta riflettendo sui mercati dei futures. I prezzi delle obbligazioni e i rendimenti si muovono in direzioni opposte.

Nel Regno Unito, il rendimento dei titoli di Stato a due anni è salito di un intero punto percentuale, attestandosi poco al di sotto del 4,5%, mentre l’indice dei titoli di Stato a 10 anni ha superato la soglia del 5% la scorsa settimana, raggiungendo il livello più alto dalla crisi finanziaria globale del 2008. Il rendimento dei Bund tedeschi a 10 anni è salito di quasi mezzo punto percentuale, attestandosi appena sopra il 3%.

Alcuni investitori sostengono che i mercati dei tassi abbiano già scontato in misura eccessiva i rialzi previsti per quest’anno.

«Analogamente alla volatilità che ha fatto seguito agli annunci sui dazi statunitensi nell’aprile 2025, la rapida revisione delle aspettative sulle politiche delle banche centrali in risposta al conflitto in Medio Oriente ha generato una volatilità localizzata e opportunità di investimento in controtendenza rispetto alla narrativa prevalente», afferma Balls di PIMCO.

«I prezzi attuali di mercato continuano a concentrarsi eccessivamente sull’impatto inflazionistico a breve termine dell’aumento dei prezzi dell’energia», afferma Dean Turner, economist and macro strategist di UBS UK.

Nel frattempo, Turner afferma che i mercati stanno ignorando il potenziale impatto negativo sulla crescita nel medio termine, che potrebbe determinare un abbassamento dei tassi di interesse, così come potrebbe farlo un allentamento della tensione nel conflitto.

Segni di compiacimento si possono riscontrare nei mercati del credito, dove, secondo Balls, è stato scontato solo un livello modesto di rischio. «La nostra priorità è quella di ridurre l’esposizione al ribasso, dato che i rischi sono aumentati più di quanto possa riflettere il prezzo di mercato».

Se l’attuale conflitto dovesse protrarsi più a lungo di quanto previsto dai mercati, gli investitori obbligazionari potrebbero iniziare a scontare un impatto più significativo sulla crescita economica. In questo scenario, Damien Hill, senior portfolio manager di Insight Investment, afferma che i rendimenti dei titoli di Stato a più lunga scadenza potrebbero diminuire, mentre le pressioni al rialzo sui rendimenti dei titoli a breve scadenza potrebbero persistere.

Per quanto riguarda le obbligazioni corporate, gli investitori potrebbero diventare meno propensi a cercare rendimenti più elevati, afferma, in particolare nei segmenti più rischiosi del mercato. Di conseguenza, gli spread creditizi, che misurano il rendimento aggiuntivo offerto dalle emissioni corporate rispetto ai titoli di Stato più sicuri, potrebbero ampliarsi. «Lo abbiamo già osservato in alcuni segmenti del mercato del credito che presentano una maggiore correlazione con le azioni e un accesso più agevole alla liquidità», afferma Hill.

Che andamento avranno i mercati globali?

L’andamento futuro dei mercati dipende in larga misura dall’entità e dalla durata del conflitto.

Alcuni ritengono che i mercati potrebbero rimanere relativamente tranquilli fintantoché proseguiranno gli apparenti colloqui di pace, con gli investitori che temono di trovarsi impreparati qualora il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annunci un’improvvisa inversione di rotta, come ha fatto con i dazi del 2025. Il 9 aprile 2025, l’indice S&P ha registrato un balzo del 9,5% in un solo giorno quando Trump ha fatto marcia indietro sui dazi in quello che è stato soprannominato l’accordo TACO – un acronimo ironico che sta per “Trump always chickens out” (Trump si tira sempre indietro).

«Sono convinto che la paura di quel giorno sia l’unica ragione per cui i mercati non hanno registrato un calo ancora più marcato a causa della crisi bellica e petrolifera. Chiunque voglia assumere una posizione ribassista è terrorizzato da quello scenario», afferma Ben Carlson, director of institutional asset management di Ritholtz Wealth Management.

Anche una rapida conclusione della guerra non significherebbe necessariamente la fine del suo effetto destabilizzante sui mercati. Hyslop, di Mattioli Woods, avverte che la «preoccupazione più grave» risiede nelle conseguenze di secondo e terzo livello della guerra, che sono spesso «più difficili da modellizzare e quindi facili da ignorare», ma che potrebbero essere già state innescate.

La scorsa settimana, l’OCSE ha rivisto al ribasso le proprie previsioni di crescita per l’eurozona di 0,4 punti percentuali, portandole allo 0,8%, e ha rivisto al rialzo le previsioni sull’inflazione al 2,6% a causa della guerra. «I mercati europei scontano una serie di crisi contenute, mentre la guerra sta imponendo una revisione strutturale del sistema energetico, delle problematiche relative alla sicurezza e dei conti pubblici del continente. È proprio in quel divario tra la calma apparente dei mercati e la portata degli adeguamenti che devono ancora avvenire che si nasconde il vero rischio», afferma Hyslop di Mattioli Woods.

L'autore o gli autori non possiedono posizioni nei titoli menzionati in questo articolo. Leggi la Policy editoriale di Morningstar.