Green bond, ESG fatigue e COP30: Il punto di MainStreet Partners

Pietro Sette: nonostante la stanchezza ESG, la sostenibilità tornerà al centro dell’analisi finanziaria.

Green bond, ESG fatigue e COP30: Il punto di MainStreet Partner
Guarda

Valerio Baselli: Buongiorno e benvenuti. La COP30 – l’annuale Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici – è alle porte, quest’anno si terrà a Belém, in Brasile, dal 10 al 21 novembre. Le ultime edizioni, bisogna dirlo, sono state dei mezzi fallimenti. Sarà diverso quest’anno?

Ne parliamo assieme a Pietro Sette, direttore della ricerca di MainStreet Partners.

Pietro, che cosa vi aspettate da questa conferenza, la COP30, in concreto, rispetto alle precedenti? C’è più speranza o disillusione?

Cauto ottimismo sulla COP30

Pietro Sette: Intanto, Valerio grazie dell’invito. Senza dubbio approcciamo la COP con speranza, quello che possiamo dire è che approcciamo la COP con un cauto ottimismo. Infatti, condivido la percezione che alcune delle ultime COP hanno portato a dei mezzi fallimenti. Oggi la sostenibilità non è più un tema principale a livello politico; quindi, mi aspetto che i partecipanti della COP utilizzino il loro tempo al meglio e portino appunto delle roadmap chiare e dei target semplici e ben definiti. Ci attendiamo quindi più realismo e approcciamo ovviamente la COP con un po’ di cauto ottimismo.

Baselli: La finanza sostenibile e gli investimenti ESG stanno vivendo un momento di difficoltà, per varie ragioni. Voi che siete specializzati nella materia e lavorate anche con gli asset manager, da cosa proviene questa stanchezza da parte degli investitori – si sente molto parlare di ESG fatigue? E vi aspettate in futuro un ritorno dei temi della sostenibilità al centro dell’agenda finanziaria?

ESG fatigue e contesto normativo

Sette: Certo, assolutamente sì. Ci aspettiamo un ritorno dei temi di sostenibilità, poiché sono appunto alla base di una buona analisi finanziaria. I motivi sono due, che appunto hanno portato a una reale ESG fatigue. Da un lato nel contesto europeo percepiamo che una normativa in movimento, appunto adesso una normativa che verrà probabilmente semplificata, rende difficile l’attuazione, la messa a terra di reportistica e di piani di sostenibilità. Dall’altro lato, oltre mare, vediamo negli Stati Uniti una vera e propria difficoltà anche a livello politico.

Quindi, se in Europa la difficoltà è data da una complessità normativa, negli Stati Uniti c’è una vera e propria paura di anche soltanto menzionare green, noi lo vediamo non solo con gli asset manager, ma anche con gli emittenti di green bond. La paura di avere il dito puntato su di loro per appunto per motivi politici. E in ultima istanza lo vediamo anche in asset manager e in società simili a MainStreet, i team ESG vengono ridotti o sono completamente chiusi. E adesso con la normativa vigente in Europa c’è la prospettiva magari di aumentare di nuovo la dimensione dei team ESG, quindi è un momento di incertezza, sicuramente.

GSS Bond: Troppo poco spazio all’adattamento climatico

Baselli: Molto interessante. Per entrare più nel concreto, avete recentemente pubblicato uno studio su green, social and sustainable bond, quindi le obbligazioni verdi e sostenibili. Innanzitutto, cosa sono questi bond? E in breve quali sono i principali risultati della vostra analisi?

Sette: Sì, assolutamente. Il green bond è un un’obbligazione tradizionale, con l’unica differenza che utilizza i propri capitali per progetti green. Il social bond, per progetti social e il sustainability un po’ è un po’. Quello che abbiamo evidenziato nel nostro ultimo report è che il Green Bond Standard europeo sta avendo un grande successo. Il Green Bond Standard tendenzialmente è una sorta di gold label che dà garanzia all’investitore che i progetti finanziati sono allineati alla tassonomia ambientale. Il 7% delle emissioni europee quest’anno ha ottenuto un green bond standard.

L’altra nota purtroppo è dolente. Infatti, abbiamo evidenziato come solamente il 2% dei capitali investiti nel mondo dei green bond viene utilizzato per l’adattamento al cambiamento climatico, quando invece il 98% va al corrispettivo sulla mitigazione al cambiamento climatico. Vediamo quindi una grande disparità. Se il cambiamento, il climate change mitigation ha come obiettivo ridurre le emissioni di CO2, l’adaptation risponde alla domanda: ok, se le emissioni superano i valori predisposti, come siamo pronti a livello di società a rispondere? Quindi vediamo lì un tema dolente, poiché infatti anche il 96% di questo capitale è finanziato da governi; quindi, è evidente come il mondo corporate sta faticando a trovare progetti di adattamento e speriamo che la situazione cambi.

Perché usare i filtri ESG oggi

Baselli: Chiaro. Per chiudere, perché un investitore oggi dovrebbe utilizzare dei filtri ESG nelle proprie scelte di investimento?

Sette: Ottima domanda, come sempre è una domanda che non viene meno. I temi ESG, come detto all’inizio dell’intervista, sono alla base di una buona analisi finanziaria; quindi, anche se torniamo indietro nel tempo e parliamo 15-20 vent’anni fa, le analisi finanziarie tradizionali già includevano principi di sostenibilità. Come questi temi politici e il tema delle normative andranno scemando e troveranno una stabilizzazione, anche la politica tornerà a parlare di nuovo di sostenibilità ambientale sociale ed è in quel contesto che l’asset manager dovrà riportare nei board meeting i temi di sostenibilità.

Baselli: Grazie ancora a Pietro Sette. Per Morningstar, sono Valerio Baselli, alla prossima.

L'autore o gli autori non possiedono posizioni nei titoli menzionati in questo articolo. Leggi la Policy editoriale di Morningstar.