Punti chiave
- Secondo l’ultimo Osservatorio annuale di Assogestioni, sono 12,4 milioni gli italiani che investono in fondi comuni, in aumento del 7%.
- La ricchezza risulta concentrata negli over-65, con baby boomers e ultraottantenni che controllano il 68% del patrimonio investito nei fondi comuni.
- Nel 2025 circa 1,5 milioni di italiani hanno investito per la prima volta in un fondo; quasi un terzo ha meno di 45 anni.
Il risparmio gestito italiano si prepara ad affrontare una delle più grandi trasformazioni della sua storia: il trasferimento di ricchezza dalle generazioni più anziane ai loro eredi. Un fenomeno destinato a ridisegnare nei prossimi anni gli equilibri dell’industria dei fondi comuni e che emerge con forza dall’ultimo Osservatorio annuale sui sottoscrittori presentato da Assogestioni.
Oggi sono 12,4 milioni gli italiani che investono in fondi comuni, pari al 21% della popolazione. In un solo anno il numero dei sottoscrittori è cresciuto del 7%, mentre il patrimonio complessivamente detenuto dalle famiglie attraverso questi strumenti ha raggiunto i 902 miliardi di euro.
Dietro questi numeri, tuttavia, si nasconde una tendenza strutturale che riguarda l’intero sistema economico italiano: l’invecchiamento della ricchezza finanziaria. L’età media del sottoscrittore è salita a 61 anni e le generazioni più mature rappresentano oltre la metà degli investitori: gli over-65 costituiscono ormai il 40% dei sottoscrittori, contro il 17% registrato a metà degli anni Novanta. Parallelamente, la quota delle attività finanziarie detenute da chi ha più di 65 anni è passata dal 22 al 48% nell’arco di circa tre decenni.
Patrimonio nelle mani dei “Boomers”, ma il ricambio è iniziato
Insomma, circa la metà del patrimonio investito nei fondi comuni è nelle mani dei Baby Boomers (nati tra il 1946 e il ‘64), mentre un ulteriore 18% appartiene agli ultraottantenni. Si tratta di masse finanziarie che nei prossimi anni saranno progressivamente trasferite alle generazioni successive, aprendo nuove sfide per il settore della consulenza e della gestione del risparmio.
I primi segnali di ricambio, tuttavia, sono già visibili. Millennials (chi ha oggi tra i 30 e i 45 anni) e Generazione Z (tra i 45 e i 60 anni) rappresentano oggi il 18% dei sottoscrittori, una quota in crescita rispetto alle precedenti rilevazioni. Ancora più significativo è il dato relativo ai nuovi ingressi: nel 2025 circa 1,5 milioni di italiani hanno investito per la prima volta in un fondo comune e quasi un terzo di questi nuovi investitori ha meno di 45 anni. Un’accelerazione che riflette anche la diffusione delle piattaforme digitali e di modelli di investimento più accessibili.
L’Italia supera la Francia e diventa secondo mercato in Europa
Sul piano europeo, il risparmio gestito italiano conferma una dimensione spesso sottovalutata. Per la prima volta l’Osservatorio ha ampliato l’analisi al confronto internazionale, evidenziando come l’Italia rappresenti il secondo mercato retail dell’Eurozona per patrimonio investito in fondi, ETF e strumenti detenuti tramite gestioni patrimoniali.
A fine 2025, solo la Germania presenta dimensioni superiori al mercato italiano, il quale risulta più che doppio rispetto a quello francese.
Il peso dei fondi nei portafogli delle famiglie italiane è inoltre superiore alla media dell’Eurozona. Se a livello europeo questi strumenti rappresentano il 13% delle attività finanziarie delle famiglie, in Italia la quota sale al 17%, segnalando un grado di penetrazione particolarmente elevato del risparmio gestito.
La sfida resta l’investimento azionario
Resta però aperta la questione della partecipazione ai mercati azionari. L’analisi evidenzia come nei principali Paesi dell’Eurozona l’investimento in azioni quotate rappresenti mediamente l’11% delle attività finanziarie delle famiglie, una percentuale ancora distante dal 45% osservato negli Stati Uniti.
Anche tra i giovani italiani la propensione all’equity rimane contenuta, nonostante risulti superiore rispetto alle generazioni più anziane.
L’asset allocation evidenzia una propensione ancora molto forte per gli investimenti obbligazionari: nei fondi italiani dominano infatti quelli a reddito fisso (70%), mentre nei fondi esteri, solitamente acquistati da una clientela più sofisticata, cresce il peso delle azioni che diventano prevalenti nei comparti cross-border (57%).
Infine, il dato italiano mostra che, dei 535 miliardi di euro investiti in equity (direttamente e tramite fondi azionari), il 21% è destinato alle azioni domestiche. Un dato significativo considerando che la Borsa italiana pesa solo per lo 0,8% dell’indice mondiale.
Canali e modalità d’investimento preferiti dagli italiani
Secondo l’Osservatorio, il canale bancario continua a dominare la distribuzione dei fondi italiani (95%), mentre per i fondi esteri cresce il peso delle reti di consulenti finanziari (47% per i fondi cross-border).
A livello di modalità di sottoscrizione, il versamento in un’unica soluzione (PIC) prevale e viene scelto dal 57% degli italiani, in calo dal 61% della rilevazione precedente. L’investimento tramite piani di accumulo (PAC) è rimasto invariato al 21%, quota che supera il 50% tra gli under 45, confermando una maggiore propensione dei più giovani a investire nel tempo con versamenti regolari, anche di importi limitati. La forma mista PIC/PAC è scelta da una quota crescente di sottoscrittori, pari al 22%.
Nord leader, ma il Sud resta il mercato potenziale
Sul fronte territoriale, continua a emergere il tradizionale divario geografico. Il Nord concentra quasi due terzi dei sottoscrittori e oltre i due terzi delle masse investite. Emilia-Romagna, Piemonte e Lombardia guidano la classifica per diffusione dei fondi, mentre la Lombardia si conferma la regione con il maggior patrimonio complessivamente investito.
Al tempo stesso, proprio il Mezzogiorno e le Isole rappresentano l’area con il maggiore potenziale di sviluppo, grazie a livelli di liquidità ancora elevati nei portafogli delle famiglie.
Come viene condotta l’indagine di Assogestioni
L’Osservatorio annuale sui sottoscrittori di fondi comuni in Italia a cura dall’Ufficio Studi dell’Associazione, nato nel 1996, ha raggiunto il traguardo dei 30 anni, divenendo nel tempo un quaderno storico dell’Associazione, che ogni anno si arricchisce di nuovi dati di dettaglio e spunti di analisi.
L’aggiornamento coi dati a fine 2025 è stato presentato al presentato lo scorso 8 giugno a Milano.
“In trent’anni l’Osservatorio si è evoluto sensibilmente anche dal punto di vista tecnico, fino a diventare un unicum a livello mondiale per ampiezza, profondità e continuità storica. Il suo tratto distintivo è che non si tratta di un’indagine campionaria, ma di un vero censimento dei sottoscrittori di fondi comuni in Italia, costruito su una base dati molto rappresentativa, costantemente affinata e rigorosamente anonima”, ha dichiarato il direttore dell’Ufficio Studi, Alessandro Rota. “Le evidenze che ne emergono confermano inoltre la funzione dei fondi comuni come strumenti di educazione finanziaria: aiutano i risparmiatori a familiarizzare con pianificazione, diversificazione e prospettiva di lungo periodo”, ha poi concluso.

