Ollie Smith: Non c’è dubbio che la politica commerciale intrapresa dalla Casa Bianca abbia sconvolto decenni di libero scambio globale. Ma è anche vero che essa è diventata lo spunto per porsi delle domande sugli investimenti, sulla diversificazione del portafoglio e sul rischio di investire in azioni USA.
Uno dei modi in cui gli investitori hanno monitorato l’impatto delle politiche USA è attraverso i dati sui flussi in ingresso e in uscita dai fondi. Michael Born, Morningstar manager research analyst, che ora è qui con me, è sicuramente tra questi. Michael, grazie mille per essere qui con noi. Innanzitutto, cosa ci mostrano al momento i dati sui flussi nei fondi?
L’era dei Magnifici 7 è finita?
Michael Born: Credo che il modo migliore per descrivere quello che sta succedendo è quello di dire che gli investitori sono davvero alla ricerca della diversificazione. Si sono registrati ingenti deflussi dai titoli azionari USA a grande capitalizzazione e anche da quelli a media e piccola capitalizzazione.
Inoltre, si sono registrati grandi afflussi di capitali verso i mercati emergenti e l’Europa, nonché verso il reddito fisso. Quindi credo che gli investitori stiano cercando di ampliare il raggio della loro esposizione e che si stia assistendo a un ribilanciamento dei portafogli che penalizza i titoli large growth.
Ollie Smith: Parliamo un attimo dell’idea che c’è dietro “TINA”, perché negli ultimi dieci anni o più abbiamo avuto un’agenda - un’agenda di investimento - incentrata sulle grandi aziende statunitensi e sul valore delle azioni USA. E questo è stato riassunto da “TINA”. Come dire: “non c’è alternativa” (There Is No Alternative). Devo chiederti, dunque, per quanto possa suonare strano, se il concetto di “TINA” è morto.
Michael Born: Si potrebbe dire che ci sono molte alternative. Basta guardare la statistica secondo cui negli ultimi tre anni le banche europee hanno sovraperformato i titoli tecnologici statunitensi. Non sto dicendo che gli investitori debbano puntare tutto su questa scommessa, ma è possibile che vengano attratti dai segnali di ripresa dell’economia europea, dal successo di alcune politiche in Cina, o dalla solida performance in alcuni mercati come quello dell’oro o di altre materie prime. Ora, tornando all’eccezionalismo americano, i dati ci suggeriscono che c’è ancora qualcosa. Tuttavia, ci chiediamo quanto di questa superiorità del mercato USA sia dovuta alla narrativa dell’IA e quanto invece all’economia statunitense nel suo complesso. Detto questo, credo che i dati sui flussi dicano che gli investitori sono alla ricerca di alternative.
I Magnifici 7 sono un problema per i gestori attivi
Ollie Smith: Se si è un fund manager e si guarda in particolare ai Magnifici 7, ci sono alcune cose interessanti da fare. La nostra collega Monika Calay ne parlava su LinkedIn e sottolineava alcuni dei modi in cui l’esposizione ai Magnifici 7 in questo periodo di forti oscillazioni dei mercati ha davvero influenzato i rendimenti e cambiato il modo in cui i gestori devono allocare il denaro. Ritieni che i gestori abbiano difficoltà a gestire la loro esposizione ai Magnifici 7?
Michael Born: Sì, credo che sia stato molto impegnativo per loro. Detto questo, la storia dei Magnifici 7 è tutt’altro che al capolinea. La scorsa settimana sono usciti i risultati di Microsoft MSF che hanno evidenziato una forte crescita dei ricavi. Tuttavia, credo che l’opinione comune sia che questi tassi di crescita molto elevati tenderanno a moderarsi in futuro.
Poi credo che la selezione dei titoli svolgerà un ruolo molto più importante. Basta guardare le performance annuali dei singoli componenti dei Magnifici 7. Si possono notare storie molto diverse tra loro. Negli ultimi anni, infatti, titoli come Alphabet GOOGL e Apple AAPL sono stati considerati come perdenti nella corsa all’IA. Questo cosa significa? Significa che il futuro dei Magnifici 7 è ancora tutto da scrivere.
Rischi e vantaggi di investire nei Magnifici 7
Michael Born: L’anno scorso abbiamo condotto una ricerca che suggeriva che, in contesti di mercato in cui la performance dei listini è guidata dall’andamento di un numero ristretto di titoli, c’è la necessità di sovrappesare o avere per questi titoli un peso in portafoglio in linea con quello del mercato. In pratica, non è possibile sovraperformare il mercato se non si sovrappesano questi titoli o se non si pesano in linea con il benchmark. Quando l’S&P 500 ha già il 7% di Nvidia NVDA, quanto vi sentite a vostro agio ad essere sovrappesati? Credo che i gestori debbano mettere sulla bilancia l’esigenza di diversificare e la comprensione di quanto a lungo è destinata a durare una tendenza, e poi capire chi è nella posizione migliore per cogliere i migliori risultati, il che significa fondamentalmente fare più ricerca.
Ollie Smith: In breve, quindi, è più difficile che mai essere adeguatamente diversificati.
Michael Born: Di questo non c’è dubbio.
Ollie Smith: Grazie mille Michael, alla prossima. Sono Ollie Smith per Morningstar.
