Valerio Baselli: Buongiorno e benvenuti. Pochi giorni fa, la Banca Centrale Europea ha deciso di alzare il tasso di interesse di riferimento di 0,25 punti percentuali, portandolo al 2,50%. Si tratta del secondo aumento dei tassi negli ultimi tre anni, dopo quello dello scorso giugno.
Oggi cercheremo di capire quali siano gli impatti concreti di tutto ciò sui i risparmiatori e lo faremo con l’aiuto di Costantino Forgione, consulente finanziario, divulgatore, nonché autore del libro “Investire senza trappole”.
Dott. Forgione, il fatto di avere dei tassi d’interesse più alti porta a delle conseguenze pratiche, la più ovvia riguarda chi ha un mutuo a tasso variabile e che vedrà la propria rata aumentare. In quanto investitori, invece, quali sono le principali conseguenze dell’aumento dei tassi su un portafoglio diversificato?
Costantino Forgione: La conseguenza più immediata è che la componente obbligazionaria del portafoglio perde valore, perché quando i rendimenti salgono i prezzi delle obbligazioni scendono. L’impatto è tanto maggiore quanto maggiore è la duration, cioè la durata finanziaria degli strumenti detenuti.
Però i tassi non sono tutti uguali e non si muovono tutti allo stesso modo. Le obbligazioni a breve termine si muovono in base all’andamento dei tassi a breve della banca centrale, che sono quelli che sono stati alzati. Le obbligazioni a lungo termine, invece, si muovono in base alle aspettative future, che a volte possono essere diverse. Se, ad esempio, il mercato stimasse che a un certo punto l’aumento dei tassi sarà sufficiente a contenere l’inflazione e che in futuro l’economia potrebbe indebolirsi, portando la BCE a tagliare i tassi, allora potremmo vedere i tassi a breve salire e quelli a lunga scendere. È una situazione che abbiamo già visto qualche volta in passato.
L’aumento dei tassi impatta anche sull’azionario, perché se il costo dei finanziamenti aumenta, le aziende possono realizzare meno utili e potrebbero ridurre i dividendi. Se nel frattempo le obbligazioni rendono di più, possono diventare più appetibili rispetto ai dividendi in calo e quindi alcuni investitori potrebbero iniziare a vendere azioni per comprare obbligazioni.
Sono influenzate anche le commodity. Ad esempio, detenere oro, che non produce alcun reddito, diventa relativamente più costoso. Alla fine, quindi, l’aumento dei tassi impatta un po’ su tutto il portafoglio.
Baselli: Parliamo nello specifico della liquidità, perché esiste anche l’opportunità di trarre vantaggio dalla salita dei tassi. Secondo i dati della Federazione autonoma bancari italiani (FABI), a fine 2025 si contano oltre 1.600 miliardi di euro fermi sui conti correnti degli italiani, 23 miliardi in più rispetto a un anno prima. Quali potrebbero essere le soluzioni migliori per mettere a frutto quest’enorme massa di denaro liquido, in un momento appunto in cui i tassi d’interesse stanno risalendo? E quali sono le caratteristiche che gli investitori dovrebbero ricercare in questo tipo di soluzioni?
Forgione: In Italia si parla tanto di questa grande liquidità, però va detto che la stessa situazione c’è anche in tutti gli altri Paesi europei, non soltanto da noi. È una liquidità improduttiva fino a un certo punto, perché comunque costituisce quella raccolta che gli istituti di credito possono utilizzare per erogare finanziamenti. Quindi, a livello di sistema, questa liquidità genera comunque utili per le banche e credito a imprese e famiglie, anche se è improduttiva per i risparmiatori.
Ora, le persone che tengono i soldi sul conto sono di solito persone prudenti, che magari non sanno come investire o hanno un po’ paura a farlo. Ma è bene che sappiano che si può investire anche con rischi veramente molto bassi, quasi zero, e ottenere dei rendimenti che almeno compensino l’inflazione.
In Italia l’inflazione è arrivata al 3% all’anno. Lasciare i soldi sul conto per prudenza vuol dire perdere con certezza il 3% all’anno. Su quei 1.600 miliardi che menzionava, sono la bellezza di 48 miliardi di euro di perdite annue per tutti questi risparmiatori. Quindi non investire non è prudenza, è un suicidio finanziario. Se non ci si vuole impoverire, è necessario togliere i soldi dal conto. Poi ognuno deve farlo nel modo più appropriato alla propria situazione personale. Ci sono veramente tantissimi modi per farlo bene.
Baselli: E infatti, per chiudere, quale potrebbe essere un’allocazione tipo di breve-brevissimo periodo e a bassissimo rischio, dunque adatta alla gestione della liquidità, che si sentirebbe di consigliare?
Forgione: In Italia vengono molto usati i conti deposito, che sono uno strumento semplice, però spesso hanno tassi promozionali validi soltanto per un periodo limitato. A volte hanno delle condizionalità o penalità d’uscita e sono comunque tutti tassati al 26%.
Per chi è super prudente e vuole il capitale garantito senza se e senza ma, le soluzioni migliori sono gli ETF monetari, a rischio sostanzialmente zero, che da oggi rendono intorno al 2,5% all’anno. Bisogna però prestare attenzione alla fiscalità, perché alcuni sono tassati al 12,5%, mentre altri sono tassati al 26%. Un’altra soluzione possono essere i titoli di Stato a breve termine, che sono sempre tassati al 12,5%, oppure le obbligazioni societarie quotate in Borsa, che rendono di più ma sono tassate al 26%.
Ogni risparmiatore può scegliere le scadenze che preferisce: da pochi mesi fino a uno o due anni si può arrivare a rendimenti fino al 3,5% circa. Sia gli ETF sia le obbligazioni quotate sono sempre rivendibili in qualsiasi momento, qualora si avesse bisogno della propria liquidità prima della scadenza, cosa che non sempre succede con i conti deposito che magari hanno vincoli o penalità di uscita. Quindi, per stare sicuri: ETF monetari, BOT, titoli di Stato e obbligazioni a breve termine.
Baselli: Molto chiaro e molto interessante. Grazie ancora a Costantino Forgione. Per Morningstar, sono Valerio Baselli, alla prossima.
