Fondi, il rebus dei costi spinge gli investitori verso gli ETF

Secondo una recente indagine, cresce la consapevolezza degli italiani verso commissioni e trasparenza negli investimenti, ma oltre il 60% non ha un’idea precisa di quanto stia pagando.

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Punti chiave

  • Secondo un’indagine Moneyfarm, solo il 38,9% degli italiani conosce con chiarezza le commissioni pagate sugli investimenti, nonostante i costi siano considerati decisivi nelle scelte finanziarie.
  • La crescente attenzione alle commissioni spinge gli investitori verso strumenti passivi: oltre l’80% degli investitori più consapevoli considera gli ETF il miglior prodotto per rapporto costi-benefici.
  • Gli investitori che comprendono meglio commissioni e rendicontazione tendono a valutare più positivamente il servizio di consulenza finanziaria.

A otto anni dall’introduzione di MiFID II - la direttiva europea sui mercati e i servizi finanziari - la trasparenza sui costi degli investimenti continua a rappresentare uno dei nodi centrali nel rapporto tra risparmiatori, consulenti e industria del risparmio gestito. Una tematica che interessa l’Italia in modo particolare, dato che – come dimostrato da diversi studi di Morningstar – il nostro Paese è purtroppo il più caro in assoluto quando si tratta di commissioni applicate agli aderenti a fondi comuni d’investimento.

Eppure, se da un lato cresce la sensibilità degli investitori verso commissioni e oneri, dall’altro emerge con forza un problema di comprensione: molti italiani sanno che i costi incidono sui rendimenti, ma pochi riescono davvero a quantificarne l’impatto.

È quanto emerge dall’ultima indagine di Moneyfarm, realizzata su un campione di 800 investitori italiani e dedicata al “Rendiconto Costi e Oneri”, il documento introdotto dalla MiFID II nel 2018 che obbliga gli intermediari finanziari a rendicontare annualmente ai clienti tutte le spese sostenute sugli investimenti.

Secondo lo studio, oltre il 97% degli investitori considera i costi “determinanti” o “rilevanti” nelle decisioni di investimento. Tuttavia, soltanto il 38,9% dichiara di avere un’idea precisa di quanto abbia effettivamente pagato nell’ultimo anno, in calo rispetto al 42% registrato nel 2025. Ancora più significativo il dato relativo alla comprensione del rendiconto: solo il 34,1% degli intervistati lo giudica chiaro ed esaustivo.

Il paradosso è evidente: l’attenzione cresce, ma la capacità di interpretare le informazioni peggiora.

Il peso invisibile dei costi

La principale difficoltà riguarda la comprensione dell’impatto delle commissioni sul rendimento finale degli investimenti: quasi la metà degli intervistati (47%) individua proprio questo aspetto come il più difficile da interpretare. E non si tratta di un dettaglio tecnico marginale.

Nell’industria del risparmio gestito, infatti, anche differenze apparentemente contenute nelle commissioni possono produrre effetti molto rilevanti nel lungo periodo, grazie all’effetto cumulativo della capitalizzazione composta. Un costo annuo dell’1,5-2% può erodere una quota significativa del rendimento reale di un portafoglio su orizzonti temporali di 15 o 20 anni.

Anche commissioni apparentemente contenute possono avere un impatto enorme sulla crescita del capitale nel lungo periodo. Su un investimento iniziale di 100.000 euro, ipotizzando un rendimento lordo medio del 7% annuo, dopo vent’anni un fondo con costi complessivi del 2% annuo porterebbe il capitale a circa 265.000 euro, mentre un ETF con costi dello 0,2% consentirebbe di superare i 370.000 euro. La differenza finale supera quindi i 100.000 euro, a dimostrazione di quanto le commissioni possano incidere sulla performance netta accumulata nel tempo.

Il Morningstar Active/Passive Barometer mostra ormai da anni come, soprattutto nei mercati azionari sviluppati, i fondi attivi fatichino strutturalmente a giustificare costi più elevati rispetto agli strumenti passivi. Nel mercato europeo, ad esempio, il tasso di successo dei fondi azionari attivi su un orizzonte di dieci anni si è fermato al 13,5% nel 2025: significa che meno di un fondo attivo su sette è riuscito sia a sopravvivere sia a battere il proprio equivalente passivo nel lungo periodo.

Non sorprende quindi che la maggiore consapevolezza sui costi si traduca spesso in una preferenza per Exchange-traded fund e strumenti indicizzati.

ETF sempre più percepiti come soluzione efficiente

Dall’indagine Moneyfarm emerge infatti un collegamento molto forte tra consapevolezza dei costi e preferenza per gli strumenti passivi. Tra gli investitori che conoscono bene il Rendiconto Costi e Oneri, quasi l’82% considera gli ETF il prodotto con il miglior rapporto costi-benefici. La percentuale supera addirittura l’85% tra coloro che dichiarano di comprendere chiaramente le spese sostenute.

Un orientamento coerente con le tendenze internazionali. I flussi d’investimento verso strumenti passivi continuano infatti a crescere sia negli Stati Uniti sia in Europa, sostenuti dalla combinazione di costi inferiori, maggiore trasparenza e risultati mediamente più competitivi nel lungo periodo.

Fondi: le nuove generazioni guidano il cambiamento

Il fenomeno appare ancora più evidente tra i giovani investitori. La Gen Z, secondo la ricerca Moneyfarm, è la fascia d’età più sensibile al tema dei costi: l’83% indica gli ETF come strumenti migliori in termini di efficienza economica.

Eppure proprio i più giovani mostrano anche le maggiori difficoltà operative. Solo il 15% dichiara infatti di aver trovato e letto il Rendiconto Costi e Oneri, mentre oltre la metà considera troppo elevati i costi della consulenza finanziaria.

Si tratta di un dato che fotografa bene la trasformazione in corso nel settore del wealth management: le nuove generazioni appaiono più attente a trasparenza, semplicità e costo dei prodotti, ma allo stesso tempo meno inclini ad accettare strutture commissionali percepite come poco comprensibili o scarsamente allineate al valore ricevuto.

Consulenza finanziaria: più trasparenza, più fiducia

Uno degli aspetti più interessanti dell’indagine riguarda però il rapporto tra consapevolezza e percezione del servizio di consulenza. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, gli investitori più informati tendono a esprimere giudizi più positivi sul costo della consulenza.

Tra chi conosce bene il Rendiconto Costi e Oneri, il 48,1% considera infatti il costo della consulenza adeguato o conveniente, contro il 37,6% di chi ha soltanto una conoscenza vaga del documento.

Secondo Andrea Rocchetti, global head of wealth di Moneyfarm, la vera sfida non è più soltanto garantire la disponibilità delle informazioni, ma renderle realmente comprensibili: “Una maggiore trasparenza non solo aiuta gli investitori a prendere decisioni più consapevoli, ma migliora anche la percezione del valore del servizio ricevuto”.

Il punto centrale sembra quindi essere la qualità della comunicazione finanziaria. La normativa europea ha imposto standard più elevati di disclosure, ma la semplice disponibilità dei dati non basta se il cliente finale non riesce a interpretarli correttamente.

Il nodo della consulenza

Resta aperto, infine, il tema della sostenibilità economica dei modelli tradizionali di consulenza finanziaria. Quasi metà degli investitori intervistati sottostima ancora il peso dei costi di distribuzione e consulenza sul totale delle spese sostenute, attribuendo erroneamente la quota prevalente ai costi di prodotto.

È un aspetto cruciale, perché negli ultimi anni proprio la pressione competitiva degli ETF ha compresso progressivamente le commissioni di gestione, spostando sempre più l’attenzione sul valore aggiunto effettivamente offerto dalla consulenza.

Per l’industria del risparmio gestito europea si tratta probabilmente di uno dei passaggi più delicati dei prossimi anni: dimostrare che il costo della consulenza possa essere giustificato non dalla semplice distribuzione di prodotti, ma dalla capacità di accompagnare gli investitori in decisioni più efficienti, consapevoli e coerenti con i propri obiettivi finanziari.

L'autore o gli autori non possiedono posizioni nei titoli menzionati in questo articolo. Leggi la Policy editoriale di Morningstar.