Punti chiave
- L’inflazione dell’eurozona potrebbe salire sopra l’obiettivo del 2% della BCE se le pressioni sui prezzi energetici si protrarranno a causa della guerra in Iran.
- La Banca centrale europea potrebbe aumentare i tassi se lo shock dell’offerta legato ai prezzi dell’energia si estendesse ai salari e ai costi dei servizi.
- L’impatto di un’escalation della guerra potrebbe essere maggiore poiché l’Europa non dispone di forniture locali di gas naturale.
Il rialzo dei prezzi del petrolio e del gas naturale a causa della guerra in Iran ha riacceso i timori che l’inflazione nell’eurozona torni a salire bruscamente e che la Banca Centrale Europea riveda la sua politica monetaria.
Prima ancora dell’attacco di Israele e degli Stati Uniti all’Iran, l’indice dei prezzi al consumo aveva sorpreso al rialzo, segnando un +1,9%, contro aspettative di un +1,7%, secondo le stime preliminari di febbraio di Eurostat. Questo livello è appena sotto l’obiettivo della BCE del 2%, ma secondo gli economisti potrebbe portarsi al di sopra del target se le pressioni sui prezzi energetici si protrarranno a causa degli sviluppi geopolitici in Medio Oriente.
Goldman Sachs ha rivisto le stime di crescita e inflazione per l’eurozona alla luce dell’evoluzione del conflitto in Medio Oriente, introducendo uno scenario ipotetico per tenere conto degli effetti di una potenziale guerra più estesa e prolungata.
Nello scenario negativo, gli economisti di Goldman Sachs ipotizzano che i prezzi del petrolio rimangano a 80 dollari al barile e quelli del gas a 70 euro/MWh (megawattora), in quello ancora più pessimistico, ipotizzano che i prezzi del petrolio raggiungano i 100 dollari al barile e quelli del gas i 100 euro/MWh. Di conseguenza, le previsioni per l’inflazione complessiva dell’eurozona sono stata alzate di 0,3 punti percentuali, mentre per l’inflazione core, che esclude le componenti più volatili come alimentari ed energia, gli economisti prevedono effetti più contenuti se non si realizzerà lo scenario peggiore. Goldman Sachs ha anche abbassato le stime di crescita economica di 0,2 punti percentuali per l’eurozona.
Perché l’inflazione nell’eurozona può aumentare con la guerra in Iran
“Lo scoppio della guerra in Iran introduce rischi al rialzo per l’inflazione dell’eurozona attraverso due canali: prezzi energetici e tasso di cambio”, spiega Martina Daga, macro economista di AcomeA Sgr.
I prezzi energetici pesano per circa il 9% sull’indice dei prezzi al consumo della regione, un livello relativamente basso se confrontato con quello di alimentari, alcol e tabacco (18,9%) e soprattutto dei servizi, che pesano per il 46,8%, secondo i dati Eurostat di febbraio 2026.
Per questa ragione, Daga è più preoccupata degli eventuali effetti di “secondo round”, ossia dell’impatto dei maggiori costi energetici su salari e servizi. “Dopo lo shock del 2022 [invasione russa dell’Ucraina], imprese e lavoratori potrebbero reagire più rapidamente adeguando aspettative, prezzi e richieste salariali”, dice l’economista di AcomeA Sgr, la quale ritiene, invece, che il canale valutario, derivante dalla svalutazione dell’euro, appare per il momento limitato.
Dopo essersi spinto a 1,15 il 3 marzo, il cambio euro/dollaro è poi tornato in area 1,16 quando sui mercati si è allontanato lo spettro di una crisi energetica immediata.
Guerre, inflazione e shock di offerta
L’inflazione nell’eurozona è più bassa rispetto agli Stati Uniti o al Regno Unito, ma l’impatto di un escalation potrebbe essere maggiore, perché la regione non ha forniture locali di gas naturale, spiega Mike Coop, chief investment officer EMEA di Morningstar Wealth.
“Storicamente, le guerre tendono ad essere inflazionistiche perché creano shock di offerta; le domande chiave per gli investitori sono l’entità di tali shock e la loro durata”, afferma.
Gli scenari delineati dagli esperti sono due:
- Lo scenario più favorevole prevede un conflitto breve e circoscritto in Medio Oriente.
- Lo scenario meno favorevole prevede un conflitto duraturo e allargato al di fuori della regione.
Nel primo caso, l’impatto sull’inflazione nell’eurozona sarebbe contenuto, senza compromettere una situazione complessivamente buona e al di sotto dell’obiettivo della BCE. Nel secondo caso, invece, si avrebbe un ulteriore incremento dei prezzi del gas e del petrolio con conseguenze più pesanti sull’inflazione.
L’eurozona è a rischio di stagflazione?
Nello scenario peggiore, l’economia dell’eurozona correrebbe un rischio ancora più elevato, la stagflazione, ossia una combinazione di stagnazione e inflazione.
“La prospettiva di prezzi dell’energia persistentemente più elevati e di un deterioramento del sentiment ha riacceso le preoccupazioni sui rischi di stagflazione”, spiega Henry Cook, senior Europe economist di MUFG Bank. “L’economia dell’area euro aveva iniziato l’anno con un discreto slancio di crescita e il nostro scenario centrale prevedeva un’inflazione leggermente inferiore all’obiettivo e una crescita attorno al potenziale. Gli sviluppi in Medio Oriente costituiranno un test di resilienza. I rischi di stagflazione sono aumentati”.
Nelle previsioni di dicembre, la Banca Centrale Europea aveva stimato un’inflazione all’1,9% nel 2026, all’1,8% nel 2027 e al 2,0% nel 2028. Sempre in base alle stime di dicembre della BCE, un aumento del 14,2% dei prezzi del petrolio e del 20% dei prezzi del gas avrebbe spinto al rialzo l’indice dei prezzi al consumo HICP di 0,5 punti percentuali. Tale previsione, tuttavia, non contemplava eventuali interruzioni più ampie delle catene di approvvigionamento, né la prospettiva di un euro più debole.
In seguito all’attacco del 28 febbraio, “il mercato dei tassi europei ha iniziato a prezzare uno scenario di stagflazione lungo le curve [dei rendimenti], con chiara sottoperformance della parte a breve rispetto a quella medio-lunga”, dice Massimo Spagnol, fixed income portfolio manager di Generali Asset Management. In questa situazione, i tassi a breve dei titoli di Stato salgono più rapidamente di quelli a lunga scadenza.
C’è un rischio recessione in Europa?
La durata del conflitto è una variabile-chiave per valutare i rischi di inflazione e stagnazione economica. Piattaforme di previsione come Polymarket, attribuiscono una probabilità del 70% a una risoluzione entro la fine di aprile. In questo scenario, gli strategist di Indosuez Wealth Management non vedono le condizioni “per giustificare dinamiche recessive”, nonostante i prezzi del petrolio siano aumentati di quasi il 20% da febbraio.
“Come riferimento, le stime indicano che un aumento sostenuto del 10% dei prezzi del petrolio influisce tipicamente sulla crescita globale per -10/-20 punti base e sull’inflazione per +20/+40 punti base”, spiegano in una nota del 4 marzo.
Secondo Coop di Morningstar Wealth, gli impatti di un’eventuale impennata dei prezzi energetici dipenderà anche da come risponderanno i governi per aiutare le famiglie. Ad esempio, potrebbero imporre delle limitazioni all’incremento dei costi di riscaldamento delle abitazioni.
La BCE aumenterà o ridurrà i tassi nel 2026?
I mercati si aspettano che la Banca Centrale Europea mantenga i saggi di riferimento invariati nella riunione del 19 marzo, ma sul futuro aumenta l’incertezza.
“Il mercato dei tassi dell’eurozona alla chiusura di martedì 3 marzo prezzava con probabilità del 33% un rialzo del policy rate a dicembre 2026 di 25 punti base”, dice Spagnol di Generali Asset Management, il quale precisa che la BCE potrebbe trovarsi costretta ad intervernire solo in caso di “paralisi protatta del traffico marittimo” nello stretto di Hormuz, dove transita circa il 20% del consumo globale di petrolio e gas naturale liquefatto, con conseguente “strutturale incremento dei prezzi energetici” e dei prezzi complessivi.
Per la BCE non è solo importante l’impatto diretto sull’economia dell’aumento dei prezzi energetici, ma anche il cosiddetto “ancoraggio” delle aspettative sull’inflazione, ossia il fatto che le previsioni di consumatori, imprese e investitori rimangano coerenti con il target del 2%. Un disancoraggio, con aspettative di inflazione più alta, potrebbe portare la BCE ad alzare i tassi per raffreddare l’economia.
Gli economisti di Goldman Sachs prevedono che la BCE possa alzare i tassi di interesse solo nello scenario peggiore in cui l’inflazione salga di 3,6 punti percentuali entro la fine del 2026, superando il 5%, a fronte di un’impennata dei prezzi del petrolio e del gas.
Per Daga di AcomeA Sgr, la risposta della BCE dipenderà dalla natura dello shock. “Se resterà un classico shock di offerta legato ai prezzi energetici, l’impatto sulla politica monetaria dovrebbe essere limitato, perché i tassi incidono sulla domanda ma non sull’offerta di energia”, dice. “Se invece lo shock dovesse rivelarsi più persistente e trasmettersi ai prezzi core – attraverso salari e servizi – riportando l’inflazione stabilmente sopra il target, la BCE potrebbe essere costretta a reagire”.
Oxford Economics si attende che la BCE mantenga i tassi invariati quest’anno. “Anche in uno scenario avverso, è opportuno guardare oltre il picco temporaneo dell’inflazione”, dice Oliver Rakau, capo economista per la Germania. “Tuttavia, l’inflazione core superiore all’obiettivo, le aspettative di inflazione persistenti e gli insegnamenti tratti dall’impennata dell’inflazione nel 2022 suggeriscono che la BCE potrebbe optare per uno o due aumenti dei tassi se il conflitto dovesse protrarsi e l’impatto risultare più grave”.

