Punti chiave
- Beni alimentari e per la cura della casa e della persona sono aumentati molto più dell’indice generale dei prezzi al consumo negli ultimi anni.
- L’energia è stata responsabile delle oscillazioni mensili più accentuate dell’inflazione nel 2025, anche se gli ultimi dati rivelano una riduzione della pressione sui bilanci famigliari.
- Per il 2026, gli economisti non si attendono grandi cambiamenti nelle dinamiche dell’inflazione italiana.
A gennaio, i prezzi al consumo sono saliti dell’1% rispetto allo stesso mese del 2025, secondo le stime preliminari dell’ISTAT, pubblicate il 4 febbraio. Si tratta di un livello appena superiore a quello registrato ad ottobre 2024 (+0,9%).
Se guardiamo il grafico dell’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), sembrano ormai alle spalle i picchi del 2022 e 2023 e potremmo dire che l’inflazione è bassa, anche in considerazione del fatto che il target fissato dalla Banca Centrale europea per l’eurozona è del 2%. Tuttavia, un’analisi più dettagliata delle singole componenti rivela che la pressione sui bilanci delle famiglie rimane elevata.
Colpa del cosiddetto “carrello della spesa” che comprende beni alimentari e per la cura della casa e della persona, il cui aumento è stato negli ultimi anni ben più elevato dell’indice generale dei prezzi. Nel solo mese di gennaio, il tasso di crescita su base annua è stato del 2,1%, con un contributo importate dei prodotti alimentari sia non lavorati (+2,5%) sia lavorati (+2,2%). Altre componenti significative dell’inflazione di gennaio sono stati i “servizi relativi all’abitazione”, i “tabacchi” e i “servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona”. Nel complesso, l’inflazione dei servizi rimane un ostacolo duro da abbattere, con una variazione del 2,5% rispetto a gennaio 2025 e un divario di 2,7 punti percentuali rispetto ai beni.
Carrello della spesa più costoso e più vuoto
I dati preliminari di gennaio, che tengono conto anche degli aggiornamenti del paniere dell’ISTAT, confermano che il caro-prezzi continua a farsi sentire sui bilanci delle famiglie più di quanto appaia dai dati sull’inflazione complessiva.
Nel 2025, l’inflazione è cresciuta in media dell’1,5% in Italia, ma il carrello della spesa ha segnato un aumento ben più significativo, dal 2% del 2024 al 2,4% del 2025.
Negli ultimi cinque anni, l’incremento di beni alimentari per la cura della casa e della persona è stato del 24,9%, 7,6 punti percentuali in più rispetto all’indice generale dei prezzi. Questo divario ha indotto l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ad aprire, a metà gennaio, un’indagine conoscitiva sul ruolo svolto dalla grande distribuzione nell’ambito della filiera agroalimentare. L’Antitrust ha rilevato come negli anni dopo la pandemia si sia registrata un’impennata dei prezzi al consumo “decisamente più marcata per i beni alimentari”. Successivamente, a fronte di una dinamica di prezzi più contenuta tra il 2024 e il 2025, è rimasto un “significativo divario” tra l’indice generale e quello dei soli prodotti alimentari.
Nel 2025, gli alimentari non lavorati hanno avuto un andamento superiore fino a settembre, con un picco del 5,6% ad agosto, mentre negli ultimi mesi sembra essersi verificata un’inversione del trend che i prossimi dati dovranno confermare. L’Antitrust ipotizza un “forte squilibrio di potere contrattuale degli agricoltori nei confronti della grande distribuzione”, che a monte genera una crescita inadeguata dei margini dei produttori e a valle incide sull’andamento dei prezzi al consumo.
A rendere più povero il carrello della spesa anche gli alimentari lavorati e i prodotti ad alta frequenza d’acquisto che hanno avuto un andamento superiore all’inflazione media nel corso dell’anno.
Qual è l’impatto del costo dell’energia sul carrello della spesa?
“Il carrello della spesa nel 2025 è aumentato più [dell’indice generale] perché le altre voci del NIC hanno inciso al ribasso sull’indice stesso”, spiega Gabriele Serafini, economista e professore presso l’Università degli studi Niccolò Cusano di Roma, il quale precisa che i dati ISTAT mostrano una certa oscillazione dei prezzi energetici nel corso dell’anno scorso, che però si è concluso con una riduzione in termini complessivi.
Serafini esclude, dunque, che ci sia stata una pressione al rialzo sui prezzi del carrello della spesa, che possa essere attribuito alla componente “energia”. “Al contrario, possiamo affermare che, nonostante la riduzione dei prezzi dell’energia, nel corso del 2025, i beni ricompresi nel carrello della spesa sono stati aumentati di prezzo”.
Quanto pesano i costi dell’energia sull’inflazione complessiva?
Guardando più nel dettaglio la componente “energia” dell’indice generale dei prezzi, si nota una differenza tra il costo dell’energia regolamentata, ossia quella le cui tariffe sono stabilite dall’Arera (Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente) e l’eneriga non regolamentata. L’anno scorso, secondo un’analisi di Papernest, tra febbraio e aprile, c’è stato un rialzo superiore al 30%, seguito da una discesa fino al -5,2% di dicembre 2025. I dati ISTAT mostrano che la variazione media del costo dell’energia regolamentata è stata del 16,2% tra il 2024 e il 2025, mentre gli energetici non regolamentati hanno segnato una diminuzione del 3,8%. Nel mese di gennaio, i beni energetici (regolamentati e non) sono saliti dell’1,3% rispetto a dicembre 2025, ma scesi del 6,4% su base annua.
L’energia è stata responsabile delle oscillazioni mensili più accentuate dell’indice generale dei prezzi al consumo nel 2025, come prova il fatto che l’inflazione al netto degli energetici è stata piuttosto piatta intorno al 2%, così come quella di fondo, che esclude le componenti più volatili.
L’inflazione italiana scenderà nel 2026?
Per il 2026, gli economisti non si attendono grandi cambiamenti nelle dinamiche dell’inflazione. “Prevediamo sostanzialmente un andamento simile a quello dello scorso anno, con un’inflazione media appena superiore all’1%”, afferma Nicola Nobile, capo-economista per l’Italia di Oxford Economics, il quale aggiunge che l’inflazione energetica è destinata a “diminuire marginalmente” e quella core a stabilizzarsi “appena al di sotto del 2%”.

