La guerra in Iran può innescare una crisi economica e un rialzo dei tassi BCE?

I mercati rivedono le stime sull’inflazione, la crescita nell’eurozona e la politica della BCE, mentre la guerra in Iran fa salire i prezzi del petrolio e del gas.

Punti chiave

  • I mercati hanno iniziato a scontare un aumento dei tassi di interesse da parte della BCE, anziché un taglio, nel 2026, poiché la guerra in Iran alimenta i timori di inflazione.
  • La correlazione positiva tra azioni e titoli di Stato indica che i mercati stanno nuovamente valutando uno scenario di stagflazione, sebbene con una bassa probabilità che si verifichi.
  • Le obbligazioni a breve termine hanno registrato aumenti più significativi rispetto a quelle a lungo termine, il che indica che i mercati stanno iniziando a scontare la stagflazione.

Lo spettro della stagflazione sta tornando a farsi sentire in Europa a causa della guerra in Iran. Dopo il lunedì nero per i mercati finanziari, con l’aumento dei prezzi del petrolio e il calo dei mercati azionari, martedì i mercati hanno ripreso slancio, in seguito alle dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump secondo cui la guerra potrebbe concludersi “molto presto”. Tuttavia, permane una forte volatilità e un elevato livello di preoccupazione che qualcosa si sia interrotto nel funzionamento dell’economia europea.

La stagflazione, che è una combinazione di stagnazione e inflazione, è il rischio che più preoccupa gli economisti e gli investitori. “La correlazione positiva tra azioni ed obbligazioni governative [...] riporta in superficie lo scenario di stagflazione”, dice Luca Simoncelli, investment strategist di Invesco in una nota del 9 marzo.

Dall’attacco statunitense e israeliano all’Iran lo scorso 28 febbraio, i mercati azionari hanno mostrato forte volatilità, con l’indice Vix - anche detto “indice della paura” - che ha toccato i livelli più alti da aprile 2025. Sui mercati obbligazionari, invece, i rendimenti dei titoli di Stato sono aumentati e di conseguenza i prezzi sono scesi, in quanto le due variabili si muovono in direzioni opposte.

Inoltre, i titoli con scadenze più brevi hanno segnato aumenti più significativi rispetto a quelli a più lunga durata, un fenomeno che viene definito “appiattimento della curva” e indica che i mercati iniziano a prezzare uno scenario di stagflazione. Il bund tedesco decennale, preso a riferimento per l’eurozona, è salito di 22 punti base, arrivando a toccare il 2,86% dall’inizio del conflitto allo scorso 9 marzo, mentre il biennale tedesco è cresciuto di 32 punti base, arrivando al 2,31%.

L’Europa rischia una crisi economica?

In Europa, lo spettro della stagflazione fa più paura rispetto ad altre regioni, perché non c’è solo il problema del prezzo del petrolio, ma anche quello del gas, in un contesto in cui i mercati rimangono scettici sulla possibilità che gli approvvigionamenti energetici possano tornare velocemente alla normalità.

“L’elemento della durata temporale risulta centrale sia alle dinamiche dei prezzi energetici sia alla probabilità che lo scenario di stagflazione diventi effettivo”, dice Simoncelli di Invesco.

I mercati obbligazionari, infatti, mandano segnali contrastanti. Da un lato, l’inflazione attesa scontata dai titoli inflation-linked mostra aumenti contenuti, dall’altro i contratti swap a un anno si sono mossi al rialzo. Questi ultimi sono strumenti derivati utilizzati a fini di copertura dal rischio inflazione o per scommettere sulle aspettative del mercato.

Sia le obbligazioni indicizzate all’inflazione che gli swap sull’inflazione sono considerati indicatori delle aspettative di mercato, con una preferenza per questi ultimi per monitorare le aspettative di inflazione nel breve-medio termine.

In termini meno tecnici, ciò implica che si prevede un aumento dell’inflazione nel breve termine, mentre vi è incertezza riguardo alla direzione che prenderà nel lungo termine.

“Se i prezzi petroliferi restassero stabilmente sopra i 100 dollari al barile e magari verso 110-120 dollari per settimane o mesi, il colpo sull’inflazione e le aspettative inflazionistiche sarebbe significativo”, afferma Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia.

Se a questo si aggiuge l’impennata dei prezzi del gas, lo shock energetico può sottrarre reddito reale e rallentare la crescita, facendo contemporaneamente salire l’inflazione. “È esattamente il meccanismo da cui nasce il timore di stagflazione”, dice Diodovich.

Perché la stagflazione in Europa è poco probabile

Lo scenario peggiore per l’Europa, con inflazione in forte rialzo e rallentamento della crescita economica, non appare, però, al momento quello più probabile.

“Non è il nostro scenario centrale”, dice Mike Coop, chief investment officer EMEA di Morningstar Wealth. “Gli attribuiamo una probabilità del 20-25%, perché l’interruzione delle forniture potrebbe terminare rapidamente e la guerra non dura da molto tempo”.

Coop sottolinea anche come si stia giungendo al termine del picco stagionale della domanda di prodotti energetici da parte dei grandi importatori dell’emisfero settentrionale dell’Europa, della Cina, del Giappone e dell’India.

Secondo il team di ricerca di Julius Baer, la probabilità di una crisi petrolifera vera e propria è inferiore al 5%, mentre uno scenario “breve e intenso”, con il greggio Brent tra gli 80 e i 90 dollari al barile e il gas europeo (TTF) tra i 40 e i 50 euro per MWh, ha una probabilità superiore al 60%.

Non è la crisi energetica del 2022

Per Morningstar DBRS, lo scenario “questa volta può essere differente” rispetto a quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel 2022, perché lo shock sui prezzi appare meno “severo”, l’eurozona si trova in una situazione di inflazione e tassi bassi.

“È ancora troppo presto per avere un quadro definitivo di come questo shock energetico influenzerà la crescita economica e l’andamento dei prezzi in Europa”, dice Jason Graffam, senior vice president di Morningstar DBRS, il quale aggiunge che i recenti sviluppi – come il possibile disimpegno degli Stati Uniti prima del previsto - avvalorano l’idea che il l’impatto sull’inflazione europea sarà probabilmente più contenuto rispetto al 2022.

BCE verso il rialzo dei tassi di interesse?

I mercati prevedono che la Banca centrale europea mantenga invariati i tassi di interesse di riferimento al 2% nella riunione del 19 marzo, ma la probabilità di un rialzo nel 2026 è in aumento.

In un contesto che rimane molto incerto, le aspettative sulle prossime mosse di politica monetaria della Banca centrale europea stanno cambiando, con i mercati che credono sempre meno in un possibile taglio dei tassi di interesse.

“Il mercato prezza quasi due rialzi dei tassi entro la fine dell’anno”, scrive in una nota del 10 marzo il team advisory e gestione di Intermonte, aggiungendo che “il presidente della Deutsche Bundesbank, Joachim Nagel, ha sottolineato come l’impatto del conflitto sull’inflazione sia al momento più preoccupante di quello sulla crescita, pur riconoscendo che l’elevata volatilità rende difficile formulare valutazioni definitive”.

L'autore o gli autori non possiedono posizioni nei titoli menzionati in questo articolo. Leggi la Policy editoriale di Morningstar.