Cosa comporta un dollaro più debole per gli investitori nel 2026 e oltre

L’indebolimento del dollaro statunitense sta modificando le prospettive per il 2026 relative ad azioni, obbligazioni e asset globali.

Punti chiave

  • Il dollaro statunitense ha subito un forte indebolimento nel 2025, a causa delle preoccupazioni fiscali e della minore fiducia nella politica.
  • Nonostante il calo, il dollaro rimane sopravvalutato rispetto alla maggior parte delle valute globali.
  • Gli asset non statunitensi offrono un valore migliore e un potenziale di apprezzamento valutario per gli investitori statunitensi.

La valuta di riserva mondiale è sulla buona strada per registrare il suo anno più debole in oltre un decennio. L’indice del dollaro statunitense (DXY), che misura il valore del dollaro rispetto a un paniere delle principali valute, ha registrato un calo di quasi il 10% fino a settembre, con ribassi ancora più marcati rispetto ad alcune valute specifiche.

Nel mese di settembre, il dollaro ha subito un deprezzamento del 13,5% rispetto all’euro, del 13,9% rispetto al franco svizzero e del 6,4% rispetto allo yen, oltre a un calo del 5,6% rispetto a un paniere delle principali valute dei mercati emergenti.

Quali sono state le cause del crollo del dollaro nel 2025?

Il selloff ha rispecchiato una combinazione di pressioni strutturali persistenti e nuove vulnerabilità che si sono intensificate nel 2025. Tra le preoccupazioni figuravano l’aumento del debito pubblico statunitense, aggravato dal “Big Beautiful Bill”, e la graduale erosione del premio di crescita degli Stati Uniti, in particolare a causa dell’incertezza tariffaria che ha offuscato le prospettive economiche.

Nel frattempo, sono emerse nuove minacce. Gli investitori globali hanno iniziato ad aumentare la copertura delle loro esposizioni in dollari, invertendo anni di riduzione della copertura quando la fiducia nell’“eccezionalità degli Stati Uniti” era più forte. L’incertezza politica, che spaziava dalle questioni relative all’indipendenza della Federal Reserve alla sensibilità del mercato nei confronti dei titoli sui dazi, ha ulteriormente pesato sul sentiment.

Insieme, questi fattori hanno determinato uno dei periodi di debolezza del dollaro più significativi degli ultimi tempi.

Guardando al 2026 e oltre, gli investitori globali si trovano ad affrontare tre questioni fondamentali che determineranno il posizionamento dei portafogli.

Andamento delle principali valute rispetto al dollaro statunitense

1. Il dollaro statunitense sta subendo un declino strutturale?

Sebbene il recente calo del dollaro sia stato significativo, i dati non indicano un crollo strutturale completo. Gran parte della debolezza riflette forze cicliche e determinate dalle politiche: rallentamento della crescita statunitense, riduzione dei differenziali di tasso, deficit fiscali persistenti e inflazione elevata. Anche fattori esterni quali lo spostamento dei flussi di capitale globali, la rinnovata copertura degli asset in dollari e il calo di fiducia nella politica macroeconomica statunitense hanno contribuito ad aumentare la pressione.

Tuttavia, importanti supporti strutturali rimangono intatti. Il dollaro continua a fungere da valuta di riserva e di regolamento dominante a livello mondiale e mantiene il suo fascino di bene rifugio nei periodi di stress dei mercati.

A nostro avviso, il dollaro sta probabilmente entrando in una fase più prolungata di debolezza ciclica, non in un declino secolare.

2. Il calo del 2025 ha reso nuovamente interessante il dollaro?

La risposta è semplice: non proprio. Sebbene il forte calo abbia fatto notizia, una prospettiva storica più ampia rivela che il dollaro ha ancora valutazioni elevate. Dopo un rally pluriennale, il recente deprezzamento ha migliorato la valutazione rispetto all’inizio dell’anno, ma il dollaro continua a essere scambiato a un premio rispetto alla maggior parte delle altre valute.

Tra le 34 principali valute dei mercati sviluppati ed emergenti che monitoriamo, solo nove sono attualmente più sopravvalutate rispetto al dollaro statunitense, il che suggerisce che, pur essendo più conveniente, il dollaro è tutt’altro che “economico”.

3. In che modo gli investitori dovrebbero posizionare i loro portafogli?

Per gli investitori statunitensi, questo è un momento opportuno per aumentare l’esposizione ai mercati non statunitensi, non solo perché molti di essi offrono rendimenti superiori adeguati al rischio, ma anche perché l’esposizione in valuta estera offre ora un maggiore potenziale di apprezzamento rispetto al dollaro statunitense. Una modesta riallocazione dagli asset statunitensi a quelli non statunitensi può sia diversificare i portafogli che proteggere da un ulteriore indebolimento del dollaro.

Per gli investitori al di fuori degli Stati Uniti, l’esposizione al dollaro statunitense può essere significativa nei portafogli con allocazioni azionarie più consistenti, data la predominanza globale dei titoli statunitensi. In questo caso, la gestione dell’esposizione al dollaro richiede un equilibrio tra i costi di copertura e i vantaggi della diversificazione. La copertura converte le fluttuazioni dei tassi di cambio in rendimenti più stabili, determinati dai differenziali dei tassi di interesse a breve termine con gli Stati Uniti. Questi “rendimenti/costi di copertura del rischio di cambio” variano notevolmente: da quasi zero per gli investitori britannici a circa il 4% di costo di copertura all’anno per gli investitori in Giappone o Svizzera, dove i tassi di interesse rimangono molto al di sotto dei livelli statunitensi. Al contrario, gli investitori nei mercati con tassi più elevati, come il Sudafrica, possono ottenere rendimenti di copertura positivi.

Cosa potrebbe sostituire il dollaro?

In una prospettiva a più lungo termine, anche se il dollaro dovesse continuare a indebolirsi, individuare un’alternativa chiara rimane difficile. L’oro ha guadagnato popolarità come strumento di copertura, anche se la sua mancanza di liquidità complica la valutazione. La volatilità dei prezzi e i periodici picchi speculativi lo rendono inoltre un’opzione meno prevedibile.

Lo yen giapponese appare valutato in modo interessante rispetto al dollaro, ma sostituire l’esposizione azionaria statunitense con quella giapponese esclusivamente per ragioni valutarie è raramente pratico, data l’ampiezza, la liquidità e il peso rilevante del mercato statunitense negli indici di riferimento globali (circa il 70%). Coprire completamente tale esposizione in una terza valuta, come lo yen, aggiungerebbe inoltre complessità operativa e costi aggiuntivi.

Un approccio misurato alla copertura valutaria è quindi opportuno per gli investitori in paesi con tassi di interesse e di inflazione sostanzialmente comparabili a quelli degli Stati Uniti, tra cui il Regno Unito e l’Australia. Ciò implica prendere in considerazione un certo grado di copertura valutaria. Per gli investitori dei mercati emergenti, come quelli del Sudafrica, anche una copertura parziale può essere interessante se l’inflazione locale è relativamente stabile. Per gli investitori in regioni con tassi bassi come il Giappone o l’area dell’euro, dove la copertura rimane costosa o dove potrebbe esserci una mancanza di disponibilità di classi di azioni coperte, un mix di esposizione ridotta agli Stati Uniti e copertura selettiva e modesta è probabilmente la strada più prudente.

Quali sono le prospettive future per il dollaro?

La debolezza del dollaro statunitense nel 2025 potrebbe segnalare un punto di svolta nel suo lungo ciclo di forza, sebbene non la fine del suo dominio globale. Per gli investitori, questo cambiamento dovrebbe essere considerato un’opportunità: un promemoria del fatto che la diversificazione globale potrebbe svolgere un ruolo più importante nei rendimenti dei portafogli in futuro rispetto al recente passato, poiché l’esposizione valutaria e regionale torna ad essere una fonte significativa di valore.

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